domenica, 12 novembre 2006, ore 11:40

Il declino degli USA nel dopo-Guerra Fredda e la fine dell’egemonia in America Latina


Joshua Sperber, 4 novembre 2006

Tradotto da Giampiero Budetta
 
 
La fine delle Guerra Fredda può essere considerata allo stesso tempo come la cosa migliore e peggiore mai capitata agli Stati Uniti. Da un lato, il rovinoso collasso dell’URSS significò la vittoria totale degli Stati Uniti. In un unico, drammatico momento il principale antagonista militare degli Stati Uniti era stato sconfitto mentre la minaccia putativa del comunismo sembrava subire un rovescio irrevocabile, se non addirittura una confutazione storica per la scomparsa dello stato-nazione che ne era stato il maggiore e più antico patrocinatore; le politiche antisovietiche di Washington apparvero quindi giustificate mentre sembravano finalmente realizzate le condizioni globali per l’egemonia USA descritte da Neil Smith e perseguite sin dall’amministrazione Wilson: un mercato mondiale aperto. La tracotanza statunitense si manifestò in modo eclatante quanto prevedibile. D’altro canto, tuttavia, la scomparsa del loro principale avversario ha fatto emergere difficoltà enormi e potenzialmente insormontabili.

Le massicce spese militari che sovvenzionavano l’economia degli Stati Uniti si trovarono prive di una giustificazione politica per la prima volta da quando il Lend Lease Act, la Legge sugli affitti e prestiti di Franklin Delano Roosvelt, aveva salvato il capitalismo da se stesso; era improvvisamente venuto meno uno strumento di propaganda di enorme efficacia sia per reprimere le rivendicazioni delle classi lavoratrici e sia per mantenere il controllo sociale; la scomparsa di un’ideologia politico-economica manifestamente alternativa che aveva ispirato gli Stati Uniti ad avanzare sul cammino delle riforme dei diritti civili minacciava di creare un auto-compiacimento totalmente nuovo e forse terminale; ed era sparita anche la nominale ragion d’essere di una politica estera aggressiva per “proteggere” gli alleati dalla presunta minaccia sovietica mentre, nel Terzo Mondo, ribelli e lacchè di turno venivano rovesciati o mandati al potere a seconda delle  necessità. Gli strascichi della fine della Guerra Fredda possono essere individuati all’interno degli Stati Uniti ma anche a livello internazionale, politico, economico, militare ed ideologico. La presente analisi è dedicata agli effetti di questi strascichi sulle relazioni tra gli Stati Uniti e l’America Latina.

Quando affermiamo che gli Stati Uniti hanno “perso” l’America Latina, ovviamente adottiamo lo stesso linguaggio degli strateghi di Washington che aspirano a “possederla”, vale a dire di quanti si adoperano per tenere alla larga eventuali rivali stranieri come stabilito dalla Dottrina Monroe e, nel contempo, foraggiano governanti locali compiacenti verso gli investimenti ed il saccheggio perpetrati dalle industrie statunitensi. Washington ha perso su entrambi i fronti. Infatti, come fa notare Noam Chomsky, i suoi avversari imperiali come la Cina stanno stipulando accordi finanziari, militari ed energetici con gli stati latinoamericani mentre un numero crescente di questi ultimi fa sempre più apertamente orecchie da mercante ai diktat di Washington. Il tradizionale responso statunitense della rimozione forzata dei governi non graditi sembra ormai essere neutralizzato, almeno in Venezuela, dove il tentativo di rovesciare Hugo Chávez è stato un fallimento umiliante che non ha fatto altro che consolidare il regime preso di mira. Analogamente, coraggiosi leader nazionalisti sono andati mettendosi al riparo dal tradizionale metodo del dominio giorno per giorno sull’America Latina perpetrato con la clava delle politiche economiche di FMI e WTO che acceleravano il massiccio e sistematico trasferimento di ricchezza latinoamericana agli Stati Uniti.

Con il crollo del blocco socialista vaste regioni tenute precedentemente in quarantena dall’Occidente si ritrovarono esposte alla penetrazione del capitalismo creando le condizioni per il conseguente e logico colpo di mano degli Stati Uniti. Gli aspetti economici di questo colpo di mano, tuttavia, trascendono notevolmente l’ambito della Guerra Fredda. L’età dell’oro del capitalismo postbellico si era già rovinosamente conclusa nel 1973. La crisi di sovrapproduzione / sottoconsumo si sarebbe dimostrata insanabile innescando, da un lato, il riorientamento degli Stati Uniti da un capitalismo produttivo ad un finanziario e, dall’altro, l’avvento di un’economia alimentata dall’indebitamento. Sebbene, per contrastare i suoi antagonisti, Washington abbia impiegato efficacemente le proprie risorse economiche dalla crisi petrolifera del 1973 fino alla crisi finanziaria asiatica alla fine egli anni 90, come afferma David Harvey, la deindustrializzazione associata ad un più massiccio spostamento verso un’economia fondata sui consumi ha indebolito la nazione dall’interno mentre il suo montante indebitamento ha affievolito notevolmente la sua influenza sugli antagonisti. L’equilibrio internazionale emerso dalla seconda Guerra Mondiale, che aveva lasciato gran parte del mondo in macerie mentre aveva arricchito in buona parte gli Stati Uniti, si andava irrimediabilmente riconfigurando. La fine della Guerra Fredda, nel privare gli Stati Uniti del ruolo di principale paladino dell’Occidente contro l’URSS, infuse una maggiore componente politica nella crescente rivalità economica tra Washington ed i suoi alleati, specialmente dell’Europa occidentale che, seppure con discontinuità, stavano avanzando nel processo di unificazione economica-politica e verso una nascente integrazione militare indotte sia dalla lunga egemonia economica statunitense, sia dal vertiginoso declino del tasso di profitto. Le crescenti differenze tra Washington ed i suoi alleati della Guerra Fredda, per non parlare dei suoi nemici, sfociarono in uno scontro aspro e totale sulla guerra contro l’Iraq voluta da Bush e Blair nel 2003. Immanuel Wallerstein asserisce che la guerra contro l’Iraq ha rappresentato una guerra ai danni di Francia e Germania mettendo in risalto che per la prima volta nella storia delle Nazioni Unite gli Stati Uniti non riuscirono a far passare al Consiglio di Sicurezza una risoluzione di cui avevano urgentemente bisogno. Francia e Germania, infatti, furono tra i paesi che sfidarono i tentativi di Washington di isolare e strangolare l’Iraq, anteponendo i propri interessi energetici, finanziari e politici al tentativo statunitense di dare una lezione al recalcitrante produttore di petrolio iracheno. Le minacce di Hussein di convertire le vendite di petrolio da dollari in euro, di cui avrebbe beneficiato l’Unione europea a spese – ragguardevoli -  degli Stati Uniti, potrebbe essere considerata come un altro probabile motivo che fece imbestialire Washington. In effetti, gli Stati Uniti c’erano rimasti particolarmente male perché  convinti che la distruzione militare della fossilizzata economia di stato irachena avrebbe creato enormi opportunità di investimento di cui avrebbe potuto approfittare tutta l’economia planetaria. Da parte loro, gli ex-alleati si opposero alla guerra oltre che per tutelare le proprie posizioni, anche per contrapporsi ai più egoistici interessi USA che un attacco all’Iraq avrebbe de facto assecondato. Oltre che per incassare internamente i vantaggi tipici di uno stato di guerra, vale a dire l’espansione dei poteri dell’esecutivo, l’indebolimento delle libertà civili, l’acuirsi del nazionalismo e la delegittimazione delle rivendicazioni dei lavoratori, gli USA attaccarono l’Iraq con l’obiettivo di imporre il loro controllo sul “rubinetto” petrolifero mediorientale e, nel contempo, di accerchiare la Cina con le loro basi militari e garantirsi il dominio per le decadi future in linea, come rileva Harvey, con il programma del Progetto per un Nuovo Secolo Americano. La guerra, com’è noto, non è andata secondo le aspettative. Di conseguenza gli Stati Uniti hanno subito un danno politico incalcolabile dovuto in parte all’ormai inoppugnabile artificiosità dei motivi addotti per giustificare la guerra. Inoltre sono militarmente allo stremo rafforzando, per di più, gli avversari nella regione come l’Iran, a fronte del contemporaneo salasso delle casse dello stato. Per farla breve, come aveva affermato Paul Kennedy in una intuizione premonitrice, sembra che le difficoltà in Iraq stiano accelerando ciò che invece si voleva scongiurare: il declino degli Stati Uniti.

Più che la perdita di prestigio e di credibilità politica degli Stati Uniti, a farsi maggiormente sentire in America Latina è l’indebolimento materiale della posizione globale di Washington. Al contrario dell’Europa occidentale, all’America Latina già da tempo non mancavano le buone ragioni per guardare agli Stati Uniti con ostilità e sospetto. Washington ha ripetutamente sabotato i locali capi di stato nazionalisti,  rovesciando Arbenz in Guatemala nel 1954 e appoggiando 10 anni dopo il colpo di stato  militare contro Goulart in Brasile. Nel 1973 fu la volta del Cile, con la destituzione di Salvador Allende orchestrata dalla CIA e la sua sostituzione con Augusto Pinochet che poté così allestire uno stato di polizia sanguinario. Nel 1979, dopo la destituzione in Nicaragua del dittatore Somoza appoggiato da Washington, gli Stati Uniti organizzarono squadroni della morte utilizzando il terrorismo, stavolta non di stato, come strumento per distruggere il popolare governo sandinista. Wahington organizzò analoghi squadroni della morte in Guatemala ed El Salvador, che costarono centinaia di migliaia di vite umane. Oggi l’amministrazione Bush appoggia in Colombia un governo coinvolto in alcune tra le violazioni ai diritti umani peggiori dell’emisfero.

Tuttavia, se la repressione targata USA è un mezzo per raggiungere uno scopo, questo scopo significa in larga parte l’egemonia economica. Gli Stati Uniti spesso e volentieri hanno saputo raggiungerlo in modo più diretto, anche se con conseguenze non meno devastanti, imponendo i diktat economici del FMI / WTO che sovente sfociavano nei cosiddetti e famigerati programmi di austerità. Per i paesi creditori il successo di questi programmi significava la loro rovina, come dimostra esemplarmente il drammatico declino del tenore di vita in Argentina, conseguenza del neoliberalismo imposto da oltreconfine, che ha smascherato una volta per tutte questo tipo di ricetta economica. Lo sconvolgimento politico della crisi argentina, con i poveri che occupavano le vie di comunicazione e si ribellavano per protestare contro la fame mentre i più ricchi si scontravano con la polizia dopo essere stati defraudati dei loro risparmi, ha contribuito al fallimento dell’ALCA, l’Area di Libero Commercio delle Americhe, un tentativo degli Stati Uniti di estendere anche all’America Latina il NAFTA per controbilanciare la crescente coesione economica dell’Unione europea e l’ascesa della Cina. 

L’opposizione al neoliberismo stile FMI/ WTO sponsorizzato da Washington diventa sempre più articolata, come dimostra l’ascesa dei movimenti indigeni che in Bolivia sono addirittura al governo. Le rivendicazioni, le piattaforme e la retorica dei movimenti indigeni, sostenuti dalla vitalità dagli innumerevoli movimenti anticapitalisti protagonisti del Forum Sociale Mondiale di Porto Alegre, possono essere plausibilmente considerati il maggiore e più convincente rifiuto del capitalismo globale targato USA del dopo-Guerra Fredda. Il fatto di non poter più accusare questi movimenti di essere filo-sovietici e la necessità di ricorrere allo slogan ormai apertamente tirannico e ideologicamente devastato della “Guerra al Terrore”, peraltro un sostituto retorico dell’altrettanto impotente “Guerra alla Droga”, indebolisce fortemente gli Stati Uniti. Per quanto ipocrita e vuota, la retorica USA della Guerra Fredda poteva almeno contare sull’arretrato stato di polizia sovietico come riferimento dialettico. Invece con il crollo dell’Unione Sovietica l’imperialismo USA è diventato sempre più nudo e crudo, rivelando la sua inoppugnabile natura oppressiva tra le masse il cui potenziale rivoluzionario declinato da “un altro mondo è possibile” rappresenta una sfida aperta al nazionalismo statunitense, necessario corollario della sua spinta egemonica. Allo stesso tempo, inoltre, fare la voce grossa non fa più molto effetto quando gli USA flettono i muscoli in Medio Oriente.

Mentre la crescente spudoratezza della violenza fuori della legalità rivela e precipita la loro debolezza, gli Stati Uniti stanno patendo contemporaneamente le conseguenze delle contraddizioni interne delle loro politiche economiche ufficiali, nonché inevitabili. Il NAFTA era destinato sia ad arginare le crisi di sovrapproduzione di turno aprendo il mercato messicano ai prodotti agro-alimentari statunitensi sovvenzionati dallo stato, sia a creare degli sbocchi agli investimenti in assenza di vincoli legislativi a tutela dell’ambiente e dei lavoratori che, insieme ad altri, ostacolano il commercio estero ed i profitti. Se i reazionari alla Ross Perot vedevano giusto nel presagire che il NAFTA avrebbe accelerato la deindustrializzazione e causato pesanti tagli all’occupazione, i fautori dell’accordo di libero commercio, tuttavia, avevano altrettanto ragione ad accusare il capitalismo nazionalista di Ross Perot di isolazionismo da sprovveduti in nome della quintessenza del capitalismo: l’espansione perpetua. L’adesione al NAFTA, più che riflettere una decisione politica, fu una risposta bilaterale ad un incremento della concorrenza economica nel capitalismo uscito dalla crisi del 1973, vale a dire al declino dei tassi di profitto abbinato alla riduzione delle aree di investimento.

L’ironia del capitalismo odierno è racchiusa negli effetti deleteri della sua insaziabile voracità che, in un modo o nell’altro, si stanno ripercuotendo sempre più come un  boomerang sui poteri imperiali. Che il NAFTA abbia devastato il Messico, condannando alla miseria un numero incalcolabile di piccoli agricoltori, è un dato di fatto. Impossibilitati a competere in un mercato inondato dai cereali made in USA sovvenzionati dallo stato e quindi a basso prezzo, i campesinos si riversarono nelle città. Nel nord del Messico le maquiladoras, le fabbriche che violano anche le norme più elementari di diritto del lavoro, hanno partorito città assediate dall’inquinamento e dalla criminalità, abbandonate poi a se stesse una volta che le devastazioni del capitale si sono spostate verso i lidi ancora più convenienti al di là del Pacifico. Il degrado del tenore di vita ha spinto sempre più lavoratori messicani e profughi delle prime mattanze in Centroamerica ad emigrare negli Stati Uniti.

Nel suo saggio Working the Boundaries, Nicholas De Genova descrive come l’afflusso di migranti latinoamericani favorisca l’economia statunitense e come sia stato possibile smantellare la legislazione a tutela dei lavoratori rendendo vulnerabile una sottoclasse malpagata e razzializzata non già espellendola, bensì imponendole uno status legale che la rende perpetuamente “espellibile”. Nonostante i benefici sull’economia, la stabile base politica necessaria al capitalismo sta subendo i contraccolpi della disoccupazione a fronte del costante declino del tenore di vita. I movimenti fascisti degli Stati Uniti, come i cosiddetti Minutemen, le milizie di volontari che pattugliano la frontiera col Messico, hanno astutamente capitalizzato la crescente ostilità dovuta all’erosione degli ammortizzatori sociali ed al peggioramento del tenore di vita offuscando le realtà dell’economia e mettendo sotto accusa le conseguenze di una “cultura” degradata. Costituiti e supportati da organizzazioni neonaziste, come i liberali considerano i confini, gli stati ed il capitalismo come entità naturali mentre tentano di “difendere” la supremazia bianca dai “forestieri” latinos. Com’è noto i Minutemen ed altre organizzazioni fasciste sono sempre più risentiti nei confronti di George W. Bush, considerato ostaggio impotente della ragion di stato e delle corporations. Gli effetti deleteri di alimentare il capitalismo in seno ad un contesto ideologico che preclude una divulgazione di massa della critica radicale al capitalismo stesso hanno generato tendenze potenzialmente così forti da minacciare di subordinare all’ideologia gli interessi materiali dell’economia di un paese.

Il fatto che questa minaccia fascista stia prendendo piede a Guerra Fredda finita indica che, se il discorso pro-libertà degli anni della Guerra Fredda era soltanto un esercizio di retorica ed un bluff, talvolta smascherato come tale, la scomparsa di un nemico ideologico visibile a fronte dell’avanzata delle crisi del capitalismo rende le odierne rivendicazioni a favore della “libertà” un’assurdità anacronistica. Al di là delle attuali e future vittime causate nella sua stessa popolazione dall’aggressività e dal razzismo crescenti degli Stati Uniti, il crollo di una ideologia “americana”  fondata sulla continua espansione dei confini e della “libertà” nuoce alla stessa salute di uno stato che, seppure bisognoso di riforme, le rifugge caparbiamente, come anticipato da Eric Hobsbawm nel suo saggio Il Secolo breve. Gli Stati Uniti sembrano aver giocato le loro ultime carte e l’esercizio della forza bruta è sintomo di un declino repentino ed inevitabile, se non addirittura di un crollo totale in stile URSS.




Joshua Sperber vive a New York. Per contattarlo: jsperber4@yahoo.com



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Tradotto dall'inglese all'italiano da Giampiero Budetta, un membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questa traduzione è in Copyleft: è liberamente riproducibile, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne l'autore e la fonte.
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domenica, 12 novembre 2006, ore 11:34

Il Divide et Impera nella mappa per un Nuovo Medio Oriente


Genevieve Cora Fraser, 7 novembre 2006

Tradotto da Gianluca Bifolchi

 
Doveva essere un gioco e ci fu una grossa risata del conduttore TV Tavis Smiley quando il suo ospite, il cervellone politologo Andy Borowitz, scherzò dicendo: "George Bush pianifica di ritirare le sue truppe dall'Iraq-- all'Iran. Questo è il piano -- la exit strategy".

Ma nessuno rideva, meno che mai gli ufficiali turchi, il 15 Settembre, quando fu presentata una mappa al Collegio di Difesa NATO a Roma che includeva una ridotta estensione territoriale della Turchia. La nuova mappa del Medio Oriente preparata dal colonnello USA in pensione Ralph Peters e pubblicata sul giornale delle forze armate a Giugno prevedeva un "Kurdistan libero" che includeva territorio addizionale preso alla Siria e all'Iraq. In effetti, l'Iraq era un frammento di ciò che è ora, ed era stato ritagliato anche per far emergere un Iraq sunnita e uno Stato Arabo Sciita.

Nel proposto Nuovo Medio Oriente, anche l'Iran era stato ridotto, non solo a favore del Kurdistan libero, ma dal "Beluchistan libero" che aveva preso un bel po' di territorio da ciò che oggi si chiama Pakistan ed Afghanistan, nell'angolo sud-occidentale del Pakistan, la più grande e meno popolata regione del Pakistan. Ultimamente i Cinesi hanno investito molto nell'area espandendo la città portuale di Gwader. Gas naturale, carbone, rame, oro offrono ricchezza, e dei gasdotti verranno stesi dall'Iran all'India attraverso la provincia. Il Beluchistan è anche ricco di opportunità per il traffico della droga, con le sue lunghe frontiere lungo le più frequentate piste dell'eroina in Afghanistan. Alcuni analisti politici hanno etichettato l'eroiona come il nuovo American Gold Standard -- la sola cosa che tiene in piedi l'economia americana in bancarotta e la vera ragione per l'occupazione dell'Afghanistan. Si, la guerra senza fine è molto cara per i contribuenti, ma i pingui interessi economici e finanziari in armamenti ed energia continuano ad ingrassare ad ogni minuto che passa.

Naturalmente, lo stesso Pakistan è una creazione dell'intervento straniero britanico nel 1947. Mentre l'Impero Britannico abbandonava il dominio coloniale in India, insisteva che il paese fosse diviso in due -- proprio come aiutarono a spezzare la Palestina, ma, in questo caso, solo per inserire una popolazione straniera nella regione, che adduceva pretese di origine religiosa per aver occupato la regione duemila anni prima. I successivi conflitti di frontiera tra India e Pakistan, e Palestina ed Israele sono stati una fonte di una tensione infiniti. Gli interessi anglo-americani e israeliani credono forse che un Kurdistan libero o un Beluchistan libero sarebbero una cosa diversa, o pensano di stabilire basi militari che potrebbero essere un favore alla popolazione locale per poterla proteggere? Entrambi sarebbero una risorsa geopolitica per l'occidente con la loro ricchezza di risorse naturali. Non solo i pozzi di petrolio dell'Iraq del Nord a Kirkuk sarebbero "liberati" dal controllo iracheno, ma anche il gas naturale e le forniture di petrolio della Turchia. In aggiunta, il Tigri e l'Eufrate è uno dei bacini idrici più importanti del mondo, con sorgenti nella Turchia orientale nell'area proposta per il Kurdistan libero. Entrambi i fiumi scorrono attraverso porzioni di Siria ed Iraq che sarebbero perse se il colonnello USA in pensione Peters e i suoi sostenitori avessero la meglio. Sebbene la più bassa sezione mesopotamica del bacino fluviale rimarrebbe nello Stato Arabo Sciita, rimarrebbe poco delle acque. Ma naturalmente stiamo parlando di ipotesi.

Gli ultimi piani dell'occidente per dividere ed imperare sono molto evidenti se guardate alla guerra in Iraq non come ad un fallimento dei piani dei neocon ed Israele, ma come un successo piuttosto importante. Molto è stato detto della sottovalutazione da parte segretario alla difesa Donald Rumsfeld del numero di soldati necessari a stabilizzare il paese ed impedirgli di cadere in una guerra civile dopo la sconfitta di Saddam -- e la rimozione di generali che avevano osato sottolineare il suo errore. E sebbene c'era uno scontro tra titani nel cuore dell'amministrazione, io ho il sospetto che il principale obiettivo dei neoconservatori fosse la Guerra Civile e la parcellizzazione finale dell'Iraq in tre sezioni. Il beneficio addizionale, visto con gli occhi dei neocon e di Israele, è l'ulteriore disintegrazione del tessuto sociale e politico della regione Mediorientale.

In un documentario della PBS FRONTLINE, "Gli anni persi in Iraq", il tenente Generale in pensione Jay Garner parlò dei suoi tentativi di stabilizare il dopoguerra iracheno come direttore per l'uffico della ricostruzione e dell'assistenza umanitaria (ORHA) a seguito dell'ivasione americana nel Marzo 2003. Lui e il suo ufficio furono sostituiti dopo solo un mese da L. Paul Bremer, III e l'Autorità Provvisoria della Coalizione (CPA).

Durante un'intervista  dell'11 Agosto 2006 a FRONTLINE, Garner affermò "Avevo pranzato con uno dei manager della compagnia. Il suo dirigente era pronto a lasciare la sua residenza, che era a Najaf, e lui disse, 'Sa, signore, abbiamo avuto grossi problemi qui'. Io dissi: 'Si? Di che genere?' Lui rispose: 'Appena ci ritiriamo i veri Sciiti manovrano alle nostre spalle. Glielo dico, si tratta degli Iraniani. Non sono Iracheni; sono Iraniani. Stanno assumendo il controllo di tutto ciò che ha a che fare con la qualità dellla vita. Stanno prendendosi le scuole, stanno prendendosi i servizi sanitari; si stanno prendendo l'elettricità; si stanno prendendo la sicurezza; si stanno prendendo tutto. Tutto ciò che controlla la qualità della vita, loro se lo prendono appena noi usciamo da là'.

Io dissi 'Wow'. Io avevo un ragazzo del Dipartmento di Stato, un ottimo arabista di nome Mike Cathor, che parlava un arabo incredibile. E' uno che ha studiato il Medio oriente per tutta la sua vita. io dissi: 'Mike, vorrei che andassi giù a passare la giornata camminando e parlando con tutti. (A scoprire) cosa sta accadendo' Allora tornò a sera, e disse: 'Amico, è peggio di come te l'ha raccontata. Siamo infiltrati dall'elemeto sciita iraniano che controlla la qualità della vita'.

Chiamai Rumsfeld quella notte e dissi: 'Ehi, questo non ci serve. E' quello che sta accadendo'. E gli raccontai tutto. E lui disse: 'Oh, bene. Grazie tante'. Ora, lui non disse affatto che aveva intenzione di metterci una fine; non disse che aveva intenzione di mandare più gente, o qualcosa del genere. Disse soltanto 'Grazie tante'".

L. Paul Bremer III è stato a capo dell' Autorità Provvisoria della Coalizione (CPA) in Iraq dal Maggio 2003 al Giugno 2004 ed è considerato da qualcuno uno dei maggiori esperti mondiali sulla gestione delle crisi, sul terrorismo e la sicurezza interna. Dal 1989 al 2000, è stato Managing Director della Kissinger Associates, uno studio di consulenza guidato dall'ex Segretario di Stao Henry Kissinger. Bremer fu contattato dal leader neocon Paul Wolfowitz, che all'epoca era vice segretario alla difesa, e da Scooter Libby, il capo dello staff del vice presidente ora sotto accusa per ostruzione alla giustizia, per accettare l'incarico di guidare l'Autorità Provvisoria.

"Ero profondamente preoccupato sul terrorismo e la sicurezza interna, e sentivo che era importante che avessimo sconfitto Saddam Hussein che, per quanto ne sappiamo, era (il capo) di uno stato che sosteneva il terrorismo", dichiarà Bremer. Una delle cose interessanti qui è che era chiaramente risaputo che Bin Laden e i suoi seguaci non erano i benvenuti nell'Iraq di Saddam, per quanto il terrorismo che Saddam sosteneva era contro Israele -- per mettere fine all'occupazione della Palestina.

Bremer aveva l'incarico della de-baathificazione del regime di Saddam, che ora ammette andò troppo oltre. "Fu nell'implemetazione che io sbagliai. Io sapevo che noi, gli stranieri -- che fossimo Americani o Britannici o Australiani o Romeni o Polacchi -- avremmo avuto grosse difficoltà a fare il tipo di distinzioni che la politica di de-baathificazione avrebbe richiesto. Una certa persona entrò nel partito perché era un vero seguace, o perché voleva fare l'insegnante, e per fare l'insegnante bisognava entrare nel partito? Io dissi: "Non siamo in grado di fare queste distinzioni. Devo rigirare la cosa agli Iracheni", Bremer commentò per FRONTLINE.

"Il mio errore fu di girare la cosa al Consiglio di Governo. Avrei invece dovuto rivolgermi a qualche tipo di autorità giudiziaria. Il Consiglio di Governo, a sua volta, si rivolse a Chalabi. Io non passai la cosa a Chalabi. E' vero che una volta che il Consiglio di Governo girò la cosa, iniziarono ad interpretare la politica, ad implementare la politica in modo assai poco restrittivo, e dovemmo cavalcare la tigre nella primavera del 2004". Continuò Bremer.

Bremer ha anche scelto di sciogliere l'esercito iracheno credendo che "richiamare l'esercito sarebbe stato un chiaro segnale al popolo iracheno che mentre ci liberavamo di un uomo terribile, Saddam Hussein, eravamo pronti a vedere l'elite sunnita ritornare nei ranghi degli ufficiali". Comunque, molti militari sentirono che "questo equivaleva ad un taglio della forza su cui speravano di poter contare". Garner ha affermato che "c'erano molti tipi in fila pronti a tornare al lavoro il 15 Maggio... Bremer non mi prestò nessun ascolto su questo; che questo era davvero, di tutta la faccenda, il più fondamentale errore che lui fece all'epoca".

Di contro, Bremer insiste, "Io penso che la decisione di non richiamare l'esercito di Saddam, da un punto di vista politico, è la cosa più importante, la decisione più corretta che prendemmo nei 14 mesi che fummo lì". Comunque, "La costituzione ad interim è la principale eredità della CPA all'Iraq", afferma Bremer. Era in questa costituzione che Bremer introdusse il concetto di tre partiti politici che rappresentano tre gruppi etnici -- i Curdi, i Sunniti e gli Sciiti -- che ancora può servire come progetto per il risultato finale, la rottura dell'Iraq, a dispetto dei desideri della media degli Iracheni.

Che l'insurrezione sia guidata o meno dall'Iran o dagli Iracheni stessi, sembrerebbe che gli Anglo-Americani abbiano intenzione di contrastare l'Iran con la forza -- o è solo una specie di esercitazione, come l'esercito americano vorrebbe farci credere? -- per prepararsi per il giorno in cui l'Iran avrà la capacità di un attacco nucleare. Ma è la posizione dell'Iran sulla tecnologia militare la vera questione?  Può tratarsi invece del tentativo di spingere la nemesi di Israele e provocare un attacco, e liberarsi dell'influenza dell'Iran sull'Iraq? Quali che siano le motivazioni, secondo molti rapporti pubblicati l'aumento di forza navale nel Golfo Persico e nel Mediterranoe orientale è formidabile.

Come Mahdi Darius Nazemroaya afferma, scrivendo per Alarab, "Si deve notare che le forze armate iraniane sono caratterizzate da un'organizzazione militare ben strutturata, con avanzate capacità militari, a paragone della Iugoslavia, dell'Afghanistan, dell'Iraq, e del Libano. Inoltre, L'iran si è preparato per uno scenario di guerra con l'alleanza anglo-americana per almeno un decennio. Questi preparativi sono stati incrementati a seguito dell'attacco NATO alla Iugoslavia (1999)".

Frattanto, "I tipi di unità militari e di sistemi d'arma che vengono schierati nel Golfo Persico e nel Mare Arabico dagli USA sono considerati come i più indicati per il combattimento con l'Iran, anche in vista di mantenere lo Stretto di Ormuz aperto alle petroliere. Ciò include anche forze che sarebbero capaci di assicurare teste di ponte sulla costa iraniana" Queste forze USA consistono in unità di intervento rapido, ricognizione, elementi anfibi, unità di ricerca e salvataggio, dragamine, ed unità di dispiegamento rapido," riferisce Mazemroaya.

Secondo Alarab ed altre fonti, "La USS Enterprise, un'ammiraglia della marina USA è dispiegata nel Golfo Persico e nel Mare Arabico. Ciò include tutte le navi da guerra che compongono il Carrier Strike Group 12 (CSG 12), il Destroyer Squadron 2 (DESRON 2) e il Carrier Air Wing 1 (CW 1). L'asserito obiettivo per il dispiegamento della USS Enterprise, una portaerei a propulsione atomica, e di altre unità di marina è condurre operazioni di sicurezza navale e missioni aeree nella regione. Il dispiegamento non menziona l'Iran, e si dice sia parte della "Guerra al Terrore" guidata dagli USA nell'operazione "Enduring Freedom", riferisce Nazemroaya.

"Anche l'Eisenhower Strike Group, con base a Norfolk, Virginia, ha ricevuto ordini di dispiegamento nel Medio Oriente. Il gruppo d'attacco è guidato dall'Eisenhower, un'altra nave da battaglia nucleare. Include un incrociatore, un cacciatorpediniere, una fregata ed un sommergibile di scorta, e navi da rifornimento. Uno di questi gruppi d'attacco navale si posizioneranno nel Golfo di Oman e nel Mare Arabico, mentre l'altro gruppo navale d'attacco si posizionerà nel Golfo Persico, entrambi al largo della costa iraniana", secondo Alarab.

Anche il Canada sta contribuendo all'ammasso di forza navale nel Golfo Persico, come anmche stanno facendo forze Nato che stazionano in Libano ed attorno alla regione.

Come Henry Kissinger ha sardonicamente osservato a proposito della guerra Iran-Iraq degli anni 80 che causò un milione di morti, "La nostra politica era fare in modo che si uccidessero l'uno con l'altro". Sospetto che questa stessa politica americana si applichi oggi, ed oltre che riguardare le forze anglo-americane, anche Israele e gli altri alleati saranno nei pressi per dare una mano a far partire la cosa.


Genevieve Cora Fraser è una poetessa, un drammaturgo ed una giornalista, oltre ad essere una veterana dell'attivismo verde ed in favore dei diritti umani.


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Tradotto dall'inglese all'italiano da Gianluca Bifolchi, un membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questa traduzione è in Copyleft: è liberamente riproducibile, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne l'autore e la fonte.
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domenica, 12 novembre 2006, ore 11:00

Il dilemma etico degli attentati suicidi

Gianluca Bifolchi, 9 novembre 2006

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Con la strage di Beit Hanoun di ieri, in cui 20 persone -- soprattutto donne e bambini -- hanno trovato la morte, si apre un dilemma etico. Sarà ancora possibile usare il linguaggio della riprovazione morale se i militanti palestinesi torneranno alla pratica degli attentati suicidi contro obiettivi civili israeliani?

Le organizzazioni per i diritti umani sottolineano il carattere inequivoco di quei passaggi del diritto internazionale che oppongono un divieto assoluto al coinvolgimento dei civili nei combattimenti. Queste organizzazioni (ad esempio Human Rights Watch e Amnesty International) sono attestate però su una posizione fondamentale che, anche quando è accompagnata da grande imparzialità nelle denunce delle violazioni, appare ogni giorno più ambigua: il considerare degno di attenzione solo lo ius in bello invece che lo ius ad bellum, ossia le norme che regolano la condotta in guerra invece di quelle che stabiliscono in quali circostanze l'opzione militare è giustificata. In altre parole ci si preoccupa che si combatta "bene", e non del perché un popolo sta usando le armi contro un altro popolo.

Per quello che stanno vivendo i Palestinesi questa filosofia è sempre più ambigua, e chi la applica diventa una fonte sempre meno autorevole nella sua facile "imparzialità", quando si tratta di giudicare come il più debole, la vittima, l'aggredito reagisce contro un aggressore che detiene una schiacciante superiorità militare e gode del complice silenzio -- quando non dell'aperto sostegno -- delle più forti nazioni del mondo.
Disegno di Carlos Latuff, Brasile
I Palestinesi sono oggi un popolo disperato. Per quanto consunta questa espressione possa apparire, essa è invero molto pregnante: significa che non hanno ragione di sperare nel futuro. Al contrario è realistico immaginare che col passare dei mesi e degli anni la loro situazione andrà sempre peggio. Se hanno imparato qualcosa dagli USA e dall'Unione Europea è che non c'è ragione di aspettarsi aiuti dall'esterno. Quanto a Israele, che conosce questa situazione, è ben decisa ad approfittarne il più possibile.

Ho ascoltato ieri David Grossman in tv -- regolarmente presentato al pubblico italiano come un pacifista israeliano -- dire che entrambi i popoli sono pronti ad un "compromesso per spartirsi la terra" e che è ora di tornarsi a parlare. Sorvoliamo sulla curiosa scelta di termini (da parte di uno scrittore!) secondo cui in Palestina ci sarebbero ancora terre da "spartirsi", quando in realtà ci sono solo terre da restituire. Ciò che appare maggiormente discutibile è questa rappresentazione di comodo di un conflitto dovuto all'ostinazione di classi dirigenti che non ascoltano la volontà di pace dei rispettivi popoli. Si tratta di una mistificazione che concorre al cumulo di menzogne che giustificano l'oppressione dei Palestinesi.

La società civile israeliana è forse disposta al compromesso -- come ci assicura Grossman -- ma è soprattutto profondamente razzista ed incapace di percepire i rapporti con i suoi vicini arabi (segnatamente i Palestinesi) in termini di equità e parità di diritti. Il principio di "sicurezza" è diventato una razionalizzazione freudiana che presta giustificazione ad ogni atto di sopraffazione contro i propri vicini, compiuta in nome del benessere degli Israeliani. Le difficoltà con cui le autorità israeliane hanno sgombrato gli scarsi insediamenti di Gaza assicurano che non ci sarà nessun compromesso per "spartirsi" la terra in Cisgiordania, se appena la società israeliana lo percepirà come oneroso per sé. Intanto, nel firmamento della politica israeliana si affermano nuovi astri come il neonominato ministro di estrema destra, Avigdor Lieberman, che presenta la guerra condotta in Cecenia dalle forze armate russe come un modello di ciò che Israele dovrebbe fare nei Territori Occupati.

Che speranze restano, allora, ai Palestinesi, per indurli a vie più costruttive che non l'umanamente disastrosa opzione degli attentati suicidi? Qualcuno obietterà che così non otterrano nulla. Può darsi. Ma cosa ribattere a chi, tra i Palestinesi, risponderà che non hanno nulla da perdere e dunque sono disposti a correre il rischio di un successo improbabile piuttosto che accettare l'intollerabile passività di fronte ad una certa ed inumana oppressione?

Qualcuno potrà sollevare scrupoli di natura etica sull'opportunità di colpire dei civili disarmati. Ma cosa ribattere a chi risponderà che chi non ha prospettive di giustizia, si riserva almeno il diritto alla vendetta del taglione? I più pronti a reagire al primitivismo di questa logica sono probabilmente gli stessi che offrono qualunque giustificazione all'atrofia e al nanismo morale della nazione israeliana.

Personalmente non sono ancora disposto a considerare come eticamente accettabile la possibilità che una persona che prenda un autobus per recarsi al lavoro o a scuola possa morire in un attacco suicida. Ma è ora di rendersi conto di quanto siano ambigui i termini del dilemma etico come finora è stato proposto. C'è evidentemente qualcosa che non va quando il linguaggio della riprovazione morale diventa così facilmente uno strumento nelle mani dell'oppressore. Il terrorismo palestinese viene condannato, i crimini di guerra di israele non vengono neanche chiamati con il loro nome.

Ma che etica è quella secondo cui solo le azioni di una delle due parti in conflitto sono soggette a scrutinio morale esplicito, mentre per le azioni dell'altra vi è al massimo il linguaggio del realismo politico che rivolge generici ed astratti inviti al negoziato? Come se chi ha già tutte le carte in mano e nessuna possibilità di perderle, avesse un interesse a "negoziare".

In chiave apologetica verso il potere costituito viene spesso citata la contrapposizione di Max Weber tra l'etica dei principi e l'etica della responsabilità. Non è sufficiente limitarsi a prendere posizione su ciò che appare giusto o ingiusto, occorre anche precisare che responsabilità si accetta verso uno dato stato di cose. Senza di ciò il campo del giusto e dell'ingiusto non è accessibile al giudizio. Bene, facciamo nostro per una volta questo concetto. Se vi sarà un attentato suicida in Israele da parte di militanti palestinesi, gli unici che avranno titolo per condannarlo -- se riterranno di farlo -- sono coloro che si oppongono a volto scoperto contro l'oppressione che lo ha prodotto.



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Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questa traduzione è in Copyleft: è liberamente riproducibile, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne l'autore e la fonte.



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domenica, 12 novembre 2006, ore 10:54

Kevin Tillman entrò nell'esercitò insieme a suo fratello Pat nel 2002, e servirono insieme in Iraq ed Afghanistan. Pat fu ucciso il 22 Aprile, 2004. Kevin, che è stato congedato nel 2005, ha scritto un forte atto d'accusa, assolutamente da leggere.

 

Sono successe molte cose da quando abbiamo rinunciato alla nostra parola

Kevin Tillman, 6 novembre 2006

Tradotto da Gianluca Bifolchi
 

Il compleanno di Pat cade il 6 Novembre, ed il giorno successivo è giorno di elezioni. Questo mi fa pensare ad una conversazione che ebbi con Pat prima che entrassimo nell'esercito. Lui parlò dei rischi legati a mettere quella firma. Come una volta che ci fossimo impegnati saremmo stati alla mercé della leadership americana e del popolo americano. Come avremmo potuto essere spinti in una certa direzione non di nostra volontà. Come combattere da soldati ci avrebbe tolto la parola fino a quando ne saremmo usciti.


In qualche modo siamo stati spediti ad invadere una nazione perché rappresentava una minaccia diretta al popolo americano, o al mondo, o perché ospitava terroristi, o perché era coinvolta negli attacchi dell'11 Settembre, o perché aveva ricevuto armi all'uranio dal Niger, o perché aveva laboratori chimici mobili, o armi di distruzione di massa, o aveva bisogno di essere liberata, o perché avevamo bisogno di stabilire lì una democrazia, o mettere fine ad un'insurrezione, o ad una guerra civile che noi stessi abbiamo creato e che non può essere chiamata guerra civile anche se lo è. Qualcosa del genere.

In qualche modo l'America è diventata un paese che proietta ciò che essa non è e condanna ciò che essa è.

In qualche modo i nostri leader eletti stavano sovvertendo il diritto internazionale e l'umanità creando prigioni segrete nel mondo, rapendo gente in segreto, tenendola prigioniera indefinitamente, segretamente non muovendole accuse formali, segretamente torturandola. In qualche modo quella aperta politica di tortura divenne il difetto di poche "mele marce" nelle forze armate.

In qualche modo a casa, il sostegno ai soldati significava avere un bambino di cinque anni che faceva un disegno con i pastelli colorati per mandarlo oltremare, o attaccare un adesivo sull'auto, o fare azione di lobbying al Congresso per un'imbottitura extra all'elmetto. E' interessante che un soldato alla sua terza o quarta missione dovrebbe curarsi di un disegno fatto da un bambino di cinque anni; o di uno sbiadito adesivo su un auto quando i suoi amici muoiono attorno a lui; o di un'imbottitura extra nel suo elmetto come se questa lo proteggerà quando un IED butterà il suo veicolo in aria per 50 piedi ed il suo corpo va in pezzi mentre la sua pelle fonde sul sedile.

In qualche modo più soldati muoiono, più l'invasione illegale diventa legittima.

In qualche modo la leadership americana, il cui solo merito è mentire al proprio popolo ed aver invaso illegalmente una nazione, è stata ammessa a rubare il coraggio, la virtù e l'onore dei suoi soldati sul terreno.

In qualche modo quelli che hanno avuto paura di battersi contro un'invasione illegale decenni fa sono ora ammessi a mandare soldati a morire per un'invasione illegale a cui loro hanno dato il via.

In qualche modo fingere carattere, virtù e forza è tollerato.

In qualche modo fare profitti sulla tragedia e l'orrore è tollerato.

In qualche modo la morte di decine, se non centinaia, di migliaia di persone è tollerata.

In qualche modo il sovvertimento del Bill of Rights e della Costituzione è tollerato.

In qualche modo si suppone che la sospensione dell'Habeas Corpus terrà questo paese al sicuro.

In qualche modo la tortura è tollerata.

In qualche modo la ragione viene scartata in cambio della fede, del dogma, della stupidità.

In qualche modo la leadership americana riuscirà a creare un mondo più pericoloso.

In qualche modo la versione ufficiale conta più della realtà.

In qualche modo l'America è diventata un paese che proietta tutto ciò che essa non è e condanna tutto ciò che essa è.

In qualche modo il più ragionevole, fidato e rispettato paese nel mondo è diventato uno dei più irrazionali, bellicosi, temuti, e malfidati paesi del mondo.

In qualche modo l'essere politicamente informati, diligenti, e scettici è stato sostituito dall'apatia attraverso l'ignoranza attiva.

In qualche modo gli stessi incompetenti, narcisistici, senza virtù, vanitosi, malevoli criminali sono ancora al potere in questo paese.

In qualche modo ciò è tollerato.

In qualche modo nessuno è responsabile di questo.

In una democrazia, la politica dei leader è la politica del popolo. Quindi non rimanete scioccati quando i nostri nipoti seppelliranno gran parte di questa generazione come traditori della nazione, del mondo e dell'umanità. Molto probabilmente, verranno a sapere che "in qualche modo" essa fu allevata nella paura, nell'insicurezza e nell'indifferenza, lasciando il paese vulnerabile verso parassiti senza freni e senza controllo.

Per fortuna questo paese è ancora una democrazia. Il popolo ha ancora la sua voce. Il popolo può ancora agire. Potrebbe accadere dopo il compleanno di Pat.

L'amico e fratello di Pat,

Kevin Tillman.



Nella foto i fratelli Tillman (a sin. Pat)



Originale da 


Tradotto dall'inglese all'italiano da Gianluca Bifolchi, un membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questa traduzione è in Copyleft: è liberamente riproducibile, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne l'autore e la fonte.
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martedì, 07 novembre 2006, ore 17:21

Liberare il Cristo interiore. L'ultima speranza per l'anima moribonda di una nazione?


Jason Miller, 5 novembre 2006

Tradotto da Gianluca Bifolchi

Cosa guadagna un uomo dal conquistare il mondo intero se perde la sua anima?
-- Gesù Cristo --

Il "faro di speranza" dell'umanità si sta rivelando fin nelle sue pieghe morali più riposte più velocemente di quanto Bush possa dire nuculare [Difetto di pronuncia per nucleare, comune negli USA. L'autore evidentemente lo attribuisce a Bush . Ndt]. 230 anni fa, discepoli dell'Illuminismo spezzarono il giogo della oppressione coloniale ed inaugurarono il loro concetto di un  rifugio per l'umanità. Per quanto macchiata da patriarcato e razzismo, la fondazione degli Stati Uniti fu forse la vetta dell'evoluzione sociale e politica. Purtroppo, i discendenti di coloro che salirono a quello zenit stanno dirigendosi verso il fondo a un'impressionante velocità.
In un senso collettivo, l'anima degli Stati Uniti si sta contorcendo nell'agonia di un'asfissia morale. Intrappolata in una sentina straripante di propria fattura, il soffio vitale della nazione ha disperatamente bisogno di libertà e di un infusione di ossigeno spirituale. Senza un cambiamento significativo, le sue speranze di sopravvivenza equivalgono a quelle di un pesce di piccola taglia gettato sulla spiaggia da un pescatore senza cuore.

Eppure non è troppo tardi perché la "culla della civiltà democratica" realizzi il sogno di una nazione governata da Noi il Popolo. I nostri antenati superarono difficoltà apparentemente insormontabili sfidando un tiranno. Cosa ci impedisce di seguire il loro esempio? L'umanità e la Terra hanno disperatamente bisogno di noi per mettere fine allo scatenamento distruttivo della Corporatocrazia [Potere economico. Ndt], e per dirigere le nostre enormi risorse, ricchezze, e tecnologia verso il miglioramento del mondo.

Noi il Popolo abbiamo bisogno di ricatturare lo Zeitgeist [Ted. Spirito del Tempo. Ndt] del 1776 ed iniziare una rivolta. Per superare una classe dirigente che mantiene il suo potere attraverso la manipolazione e la schiavizzazione della nostra psiche, abbiamo bisogno di una rivoluzione spirituale. Dal momento che le forze reazionarie hanno assassinato gli influenti leader spirituali che erano sorti nella storia recente, sembra che abbiamo bisogno di farne risorgere uno in astratto.

Mentre ci sono stati molti possibili candidati nella storia, Gesù Cristo sembra essere la scelta ovvia. Mentre la gente continua a dibattere se era un uomo, un mito, o un Dio, pochi negherebbero la saggezza e la virtù degli insegnamenti attribuitigli. Il suo fascino presso il popolo e il suo impatto sulla civiltà sono senza precedenti. E non è necessario entrare in una religione organizzata o in un'accolita ecclesiastica per manifestare i principi di Cristo che nutrono l'anima.

Cosa accadrebbe se i poveri e la classe operaia degli USA dicessero "No más" [Sp. Basta - Ndt] alla Corporatocrazia? Cosa accadrebbe se gli schiavi salariati divenissero autocoscienti ed utilizzassero la forza di leva del loro numero contro i loro parassitari padroni?

Oltre 250 milioni di Americani Usa che agiscano all'unisono abbracciando Cristo come loro leader "in absentia" avrebbero ragione dei pochi che sono al comando sui bastioni dello sfruttamento, della conquista imperiale, dell'osceno militarismo. Mentre è improbabile che Gesù sosterrebbe l'aperta rivolta, è virtualmente certo che avrebbe istruito i suoi seguaci a minimizzare o mettere fine alla loro partecipazione ad un sistema basato su avidità ed abietta crudeltà.

E' improbabile che una simili evoluzione prenda corpo? Si. Impossibile? No.

Pregiamoci allora di dare uno sguardo ai risultati potenziali di un movimento di massa di schiavi salariati e senza cittadinanza negli USA che agissero secondo l'illuminazione di Cristo:


[Cinque anni sono passati da quando con l'"ascesa del Proletariato" negli Stati Uniti, lavorando all'unisono con i principi spirituali di Cristo scritti nel Vangelo, i poveri, la classe operaia, e il ceto medio sotto assedio avevano messo fine alla loro soggezione ai propri Signori del Denaro.

I consumatori avevano messo in atto boicottaggi di massa, decimando i flussi di cassa che servivano come linfa vitale del capitalismo predatorio. Scioperi generali ed astensioni dal lavoro col pretesto della malattia avevano privato la vampiresca classe danarosa dei suoi meschini schiavi salariati. Diffondendosi come una peste, la disobbedienza civile aveva infestato il titano fascista mettendolo in ginocchio. I militari si rifiutavano di prestare servizio, portando la macchina da guerra ad ingolfarsi. Il personale di polizia rifiutava i suoi incarichi odiosi nell'applicare leggi ingiuste, esponendo i miscredenti alla guida della nazione alla terrificante possibilità di conseguenze durature per le loro azioni odiose.

Comprendendo che né le loro ricchezze né le loro comunità munite di mura gli avrebbero offerto ampia protezione dal ricevere la giusta punizione che così largamente meritavano, quelli della la elite al potere svuotarono i conti in banca, incassarono ciò che rimaneva dei loro titoli, e scapparono come fanno gli scarafaggi quando si accende la Luce.

Sulle ali della loro arroganza, il bel mondo fuggì verso nazioni che non avevano accordi di estradizione verso gli Stati Uniti. Purtroppo per loro, le loro ripetute dimostrazioni di disprezzo per il diritto internazionale e le azioni rapaci verso altre nazioni furono la loro fine. I funzionari delle nazioni che ospitavano la nobiltà americana furono contenti di cooperare con i nuovi Stati Uniti governati da Noi il Popolo.

Entro meno di un anno, sorprendentemente molti del deposto regime di Bush, falsi profeti come James Dobson, e maiali avari come Lee Raymond si ritrovarono ad occupare i grandi gulag di prigioni che loro avevano costruito per "proteggere" se stessi da tossicodipendenti non  violenti e neri in rovina.

Infine coloro che avevano abusato del potere e gli sfruttatori dell'umanità affrontarono le responsabilità dei loro sfrenati crimini contro l'umanità. Come caddero i potenti! Privati delle loro ricchezze, della libertà, dell'autorità e dell'individualità, con teste rasate e atteggiamento dimesso, i residenti delle spaventose "strutture di correzione" (da loro costruite) soffocarono all'amara medicina che con tanta leggerezza avevano prescritto a tanti loro "inferiori". Fortunatamente per loro, giustizia e compassione guidarono i loro carcerieri. Le esecuzioni capitali, la tortura, e gli abusi sui prigionieri erano stati eliminati.

Mentre gli scacciati trafficanti di potere incontravano il loro fato, una nuova Assemblea Costituente si riunì. I nuovi fondatori erano davvero i rappresentanti di Noi il Popolo. L'assemblea comprendeva uomini, donne, neri, latini, asiatici, ebrei, musulmani, cristiani, atei, gay, nativi americani, i disabili, i minorati mentali, e altro ancora. Assicurare la diversità e l'uguaglianza fu una significativa priorità per il governo.

L'Habeas corpus, il sistema di pesi e contrappesi, la separazione dei poteri, e il Bill of Rights furono rimessi in onore e considerati come le pietre angolari del nuovo governo federale. Numerosi diritti e responsabilità vennero ceduti a livello di stato, bilanciando il potere tra i governi federale e statale. Il primato della legge tornò a prevalere sulle decisioni personali. Il Grande Fratello fu appropriatamente castrato ed imprigionato.

Conservando saggiamente il Preambolo, e costruendo sulle sue basi, quelli che fecero la nuova Costituzione determinarono che i fondi pubblici sarebbero stati distribuiti in egual misura per ridar vita e sostenere il sistema giudiziario perché "facesse giustizia", per fornire i mezzi affinché ci fosse "tranquillità interna",  per un esercito delle giuste dimensioni perché fornisse la "comune difesa", per finanziare programmi umanitari che promuovessero il "benessere generale",  e per perpetuare un'entità di controllo fatta di rappresentanti eletti da ogni stato (con poteri di indire in ogni momento un referendum nazionale per un'altra Assemblea Costituente) "per assicurare le benedizioni della Libertà".

Il Collegio Elettorale e le macchine per il voto elettronico furono abolite. Il Congresso fu ridotto ad una sola camera per membri eletti da ogni stato in proporzione alla propria popolazione. Ogni membro aveva un mandato limitato a sei anni. Ad un numero illimitato di partiti politici erano dati pari contributi per la campagna elettorale, Una nuova legge rendeva i contributi privati e l'attività di lobbying un reato assai grave.

L'infinitamente complessa legislazione fiscale che aveva permesso alla classe criminale di pagare così poco fu relegata nell'immondezzaio della storia. Un'aliquota fiscale senza deduzioni sul reddito personale, d'impresa e da azioni, tasse sul consumo e sul lusso, tariffe ed imposte patrimoniali riempirono le casse pubbliche per beneficiare ogni cittadino su una base più egualitaria possibile.

La personalità giuridica fu abolita. Il nuovo governo del popolo nazionalizzò le principali imprese che fornivano beni essenziali e servizi come salute, cibo, e servizi pubblici. La pletora di complessi affaristici industriali, compreso il sistema carcerario e le forze armate, naturalmente avvizzirono quando i finanziamenti federali per i loro programmi nocivi ed immorali furono tagliati.

Le risorse sequestrate alla classe dirigente criminale furono utilizzate per fornire un trampolino di lancio finanziario per questo secondo tentativo di fornire un "rifugio al genere umano". Collaborando strettamente, i governi locale e federale, nazionalizzarono industrie, e l'attività d'affari fu tenuta sotto controllo da un ragionevole grado di supervisione pubblica, allo scopo di assicurare che ogni cittadino nella loro nazione enormemente ricca avesse accesso ad un'assistenza sanitaria di qualità, all'istruzione, al cibo e alla casa.

Quando una maggioranza di cittadini USA concentrarono la loro attenzione su questioni dello spirito e nuove leggi entrarono in vigore per mettere un freno al capitalismo rapace, molte delle istituzioni economiche si raggrinzirono, si atrofizzarono e collassarono. Statuti per la difesa del consumatore e diminuiti appetiti per il possesso materiale dettero un grosso colpo a Master Card e Visa. Nuove e più efficaci leggi anti-trust schiacciarono Leviatani come Wal-Mart e Microsoft. Piccoli imprenditori prosperarono (infine) in un ambiente privo di monopoli distruttori della concorrenza.

Chiarezza morale e acutezza di giudizio armarono le masse contro l'incessante flusso di menzogne e manipolazione fabbricato a Madison Avenue e dai grandi media. Individui e chiese che sfruttavano la religione per il proprio potere e la propria ricchezza trovarono le panche e i vassoi delle offerte vuote come la credenza di Mamma Hubbard. Intrattenitori e sportivi strapagati si risvegliarono ad una pungente realtà nella quale il pubblico non li venerava più né li ricopriva di oscena ricchezza.

Chiedendo perdono dal resto del mondo, gli Americani Usa ritirarono centinaia di migliaia di soldati dall'occupazione di altre nazioni. Insieme al resto del "club nucleare" cominciarono a smantellare le loro armi da giorno del giudizio. Lo stato sionista collassò quando gli USA cessarono di finanziare il suo genocidio ed il suo militarismo. La Palestina divenne un modello di diversità quando ebrei, cristiani e musulmani imprigionarono i sostenitori della violenza e dell'odio in mezzo a loro, e seguirono l'esempio dei loro precedenti benefattori forgiando un nuovo governo che davvero servisse gli interessi del popolo.

Con i neocon processati, condannati ed imprigionati per enormi crimini di guerra, un ritiro delle truppe USA nel globo, e la giustizia restaurata in Palestina, l'"insondabile" ebbe luogo. Attacchi asimmetrici sugli USA e i loro alleati occidentali ebbero una fine clamorosa. Alla fine la "Guerra al terrore" fu rivelata per la sceneggiata che era.

Avendo rinunciato alla sua percepita invulnerabilità, all'arroganza, e al narcisismo, gli Americani USA si risvegliarono dal loro stato illusorio e iniziarono a percepire la realtà. Piuttosto che lanciare invasioni militari che uccidessero milioni di civili innocenti, i servitori di Noi il Popolo crearono e misero in atto una politica basata sulla semplicità della Regola Aurea. Agendo con equità e rispetto, i leader USA impiagarono la diplomazia, distribuirono aiuti umanitari senza vincoli, ed eliminarono l'opzione militare se non per le situazioni di auto difesa.

A dispetto della "perdita" di ricchezza materiale, del potere di dominare il mondo, e i "titoli" associati alla capacità di schiacciare virtualmente ogni opposizione, quelli che hanno trovato un unificante insieme di convinzioni nella saggezza di Cristo e che smantellarono l'Impero Americano potevano gioire. Guadagnando assai più di quanto avevano perso, avevano riconquistato le loro anime, individualmente e collettivamente. E crederono all'affermazione di Cristo:

"Comandare al proprio spirito è una vittoria più grande che conquistare una città"]



Madre Teresa una volta ha detto, "Ognuno di loro è Gesù travestito".

Cristiani o altro, WE noi siamo i LORO di Madre Teresa. Noi che siamo stati psicologicamente, spiritualmente, e finanziariamente schiavizzati dall'insidiosa malevolenza del fascismo americano abbiamo l'amore, la compassione, ed il potere di Cristo dentro di noi.

Noi abbiamo la capacità e l'obbligo morale di respingere il patto faustiano offerto dalla elite al potere. Sicurezza terrena e prosperità offerta dallo stupro dell'umanità e della terra non valgono il prezzo delle nostre anime immortali. E senza la complicità dei loro satelliti, l' indebolito regno del terrore degli oligarchi sarebbe ridotto ad una nota a piè di pagina della storia.

Giù la maschera ed abbasso la Corporatocrazia!


Jason Miller è uno schiavo salariato dell'Impero Americano che si è liberato intellettualmente e spiritualmente. E' scrittore prolifico, i suoi saggi sono apparsi ampiamente su Internet, ed offre il suo lavoro volontario presso un rifugio di senza casa. Gli farebbe piacere una corrispondenza costruttiva a willpowerful@hotmail.com  o sul suo blog, Thomas Paine's Corner.


Originale da
Thomas Paine's Corner 

Tradotto dall'inglese all'italiano da Gianluca Bifolchi, un membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questa traduzione è in Copyleft: è liberamente riproducibile, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne l'autore e la fonte.
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martedì, 07 novembre 2006, ore 17:18

Pestare la vittima


Rima Merriman, 3 novembre 2006

Tradotto da Gianluca Bifolchi


Il terribile squilibrio di potere tra Israeliani e Palestinesi rende impossibile per Israele, indipendentemente dal governo al potere, trattare con i Palestinesi in un modo qualunque che non sia attraverso una lente di presunta morale, culturale e razziale superiorità, come se la capacità militare corrisponda alla civiltà e razzi fatti in casa corrispondano ad uno stato selvaggio e sub-umano.
L'essere selvaggi, comunque, si addice ad Israele e ad ogni altro che ha il potere di fermare un bullo nel suo spietato pestaggio di una persona assai più debole, eppure se ne sta in disparte, rimanendo a guardare sotto la copertura di scuse prefabbricate secondo cui il bullo sta difendendo se stesso contro la sua misera vittima.
L'Europa può starsene sospettosa a guardare i tentativi dell'Iran di armare se stesso, questa è una moneta che l'Europa comprende molto bene. Quando il Medio Oriente e il Nord Africa erano sotto il controllo delle potenze europee tra la fine dell'Ottocento e gli inizi del Novecento, certamente loro dovevano amare molto questa idea di una gerarchia delle razze e delle civiltà, e che loro appartenevano a quella superiore -- principalmente come risultato del loro potere militare. Come scrisse uno scrittore francese, "La legittimazione elementare della conquista sui popoli nativi è la convinzione della nostra superiorità, non soltanto la nostra superiorità in campo meccanico, economico e militare, ma la nostra superiorità morale".
L'attuale selvaggio spettacolo del pestaggio di Gaza ("conquista" è parola troppo vaga per quello che sta accadendo) è radicato in questo tipo di mentalità. E' ciò che spinge i Musulmani a fare il tifo per i tentativi di riarmo dell'Iran per riuscire magicamente a venire fuori dal circolo vergognoso del terrorismo/malvagità entro quello fatato del "potere". Sembra questa la via che lo condurrà insieme all'Islam, che rappresenta, ad una superiorità morale agli occhi di Europa ed USA.
L'esercizio del potere da parte di Israele sul popolo assoggettato nei territori palestinesi occupati (OPT) assume diversi aspetti. Uno è quello militare, come nell'usare il suo potente arsenale di armi per andare nelle città e nei villaggi palestinesi ogni giorno e rintracciare ed uccidere a volontà persone già selezionate -- come nell'irruzione dentro Beit Hanoun nella Striscia di Gaza e falciare chiunque incontrassero per strada, persino gente che cercava rifugio dal terrore civilizzato in una moschea. Quando l'attuale campagna di Israele a Gaza sarà finita (si tratta ancora di "Summer Rain" [pioggia d'estate -- ndt] o gli Israeliani l'hanno cambiata in "Winter Blues" [tristezza invernale]?), i Palestinesi senza dubbio strisceranno fuori dalle rovine e si interrogheranno su modi assai incivili di vendicarsi.
Allora ci saranno raffinate deliberazioni democratiche che Israele intraprenderà nei suoi vari gabinetti e allo stesso tempo terrà alcuni membri del governo palestinese sotto chiave, l'ultimo dei quali è il Ministro Palestinese del Lavoro, sequestrato il 2 Novembre.
Il gabinetto per la sicurezza e la diplomazia (responsabile per le "questioni politico-strategico-difensive", naturalmente, dal momento che le forze armate di Israele devono costantemente difendere e sottomettere ciò che hanno conquistato con la forza) si è riunito l'altro giorno ed ha votato per il mantenimento della "pressione militare" su Hamas nella Striscia di Gaza; di permettere al generale Keith Dayton, il coordinatore americano per la sicurezza nei Territori Occupati, di armare ed addestrare forze leali a Mahmoud Abbas; e garantire la richiesta degli USA di permettere che la Brigata di Badr, un'ala dell'Esercito di Liberazione della Palestina, attualmente stazionata in Giordania, sia ridispiegata nei Territori Occupati.
E parlando di "ridispiegamento", il gabinetto per la sicurezza e la diplomazia, che dovrebbe essere chiamato "Il gabinetto israeliano per l'ulteriore assoggettamento e contenimento del popolo palestinese", ha prestato solo una superficiale attenzione allo strumento che il governo israeliano ha a lungo usato per ciò che molti giustamente considerano una pulizia etnica dei palestinesi via dai Territori Occupati, compreso Gerusalemme. Dal momento che Israele controlla l'anagrafe dei Palestinesi nei territori Occupati come anche i loro confini con il mondo esterno, controlla anche a chi è permesso avere un documento di identità palestinese; a chi è permesso di entrare nei Territori Occupati; a chi è permesso di vivere lì; e a chi è permesso di risiedere specificamente a Gerusalemme. Israele rilascia un numero assai limitato di visti e permessi -- molti, molti meno della domanda.
Questo potere e controllo da parte di Israele si manifesta in molti modi dannosi, che risultano in isolamento per i palestinesi, ma la più flagrante manifestazione è la rottura dei nuclei familiari. Israele non sta rilasciando permessi a migliaia di sposi e familiari stretti di Palestinesi che hanno varie nazionalità di risiedere nei Territori occupati. Questa è una politica che Israele ha praticato affinandola col tempo dagli Accordi di Oslo. Uno di questi raffinamenti frustra i tentativi (procurando visti turistici alla frontiera) dei Palestinesi espatriati come anche di cittadini regolari di altri paesi nel mondo, di andare a vivere nei Territori Occupati per riunire le loro famiglie o per lavorare nei Territori Occupati e contribuire al loro sviluppo.
In risposta alle critiche "severe" da parte di USA ed Europa per l'impedimento ai loro cittadini di avere permessi di residenza nei Territori Occupati, il gabinetto per la sicurezza e la diplomazia ha ratificato una richiesta del ministro della difesa Amir Peretz, secondo Ha'aretz, di "lavare" la presenza nella West Bank di circa 5.000 Palestinesi che hanno passaporti americani od europei". Sfortunatamente, questo gesto rappresenta l'equivalente di un capo di biancheria intima dal cumulo di panni sporchi che Israele avrebbe bisogno di lavare. Inoltre, è destinato a creare un conflitto interno tra i Palestinesi. Come si presume di distribuire questo regalo di 5.000 permessi? Forse organizzeranno una lotteria.
Ci sono migliaia di cittadini di paesi meno potenti degli USA e dell'UE che hanno diritto di vivere con le loro famiglie nei Territori Occupati. Molti di questi, per esempio, sono Giordani. Anche se la Giordania ha un cosiddetto accordo di pace con Israele, a quante pare non ha alcuna possibilità di chiedere al governo israeliano di esaminare le migliaia di richieste di ricongiunzione familiare già presentate per conto di molti suoi cittadini (Israele sta dormendo su più di 150.000 di queste richieste). Migliaia di cittadini di altre nazionalità stanno attualmente vivendo "illegalmente" nei Territori Occupati con le loro famiglie che hanno paura di protestare, imprigionati nelle loro case.
Tornando a Gaza, la maggior parte di questa popolazione prigioniera è costituita da rifugiati dai villaggi e dalle città ora all'interno delle frontiere israeliane. Si potrebbe tristemente notare che non c'è stata nessuna discussione all'interno del gabinetto per la sicurezza e la diplomazia, quando stava considerando la Striscia di Gaza e i fantasiosi attacchi "difensivi" contro di essa, riguardo un piano per il ritorno di queste persone alle loro case o per compensarle -- un diritto elementare per queste persone, codificato nei diritto internazionale.


Foto: funerale del 14enne Ibrahim Sanaqra, fratello di un attivista delle Brigate di Al-Aqsa del campo profughi di Balata, nei pressi di Nablus, 3-11-06 (Maanimages/Rami Swidan)


Originale da 
the electronic intifada

Tradotto dall'inglese all'italiano da Gianluca Bifolchi, un membro di
Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questa traduzione è in Copyleft: è liberamente riproducibile, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne l'autore e la fonte.
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AndreaYGHPSA
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categoria : palestina, israele, asia, repressione, sionismo

martedì, 07 novembre 2006, ore 17:14

L’FBI e i repubblicani dell’Ohio imprigionano un editore controverso

Thomas Paine's Corner, 19 ottobre 2006

Tradotto da Mauro Manno


(Columbus, Ohio, 12 ottobre 2006, AEU) Edward Richardson, controverso editore della Vox Publishing Company, è stato arrestato e incarcerato nella città di Columbus, Ohio,  su mandato dell’FBI per minacce aggravate, un reato di primo grado di misdemeanor [Nella legislazione penale USA il "misdeamenor" è una violazione di gravità inferiore alla "felony" - ndt] . Richardson è noto per aver pubblicato e diffuso quello che molti considerano il libro più pesantemente perseguitato nella storia politica americana: Il libro Il Nemico Invisibile: Israele, la Politica, i Media e la Cultura americana, di Edward Abboud. [1]

Il Nemico Invisibile è l’unico libro nella storia americana scritto da un autore arabo-americano che offre un’esposizione critica dell’impatto negativo di Israele sulla politica estera americana. I media dominanti si sono rifiutati di recensirlo quando apparve la prima edizione nel giugno 2001, 12 settimane prima degli attacchi dell’11 settembre.


L’FBI  produce false accuse

Richardson sostiene che attacchi personali contro la sua famiglia,  il suo lavoro e la sua reputazione non si sono mai fermati dal momento della pubblicazione della seconda edizione del libro nel marzo 2003. L’epilogo, aggiunto  nella seconda edizione, condannava George W. Bush come criminale di guerra per la distruzione della civiltà irachena.

Recentemente, Richardson ha sponsorizzato un assalto internet contro i mezzi di comunicazione di massa dominanti da parte di  media-terroristi guidati da Edward Abboud. Il loro obiettivo dichiarato è di “mettere in evidenza le omissioni, distorsioni, e le bugie bell’e buone dei media dominanti”. Per convincere le persone, essi ricorrono a newsletter ben scritte e ben documentate. Richardson quindi ha usato le  mailing list di individui ed organizzazioni con cui la Vox è in contatto  in tutto il mondo per trasmettere i messaggi.  Le loro newsletter raggiungono centinaia di migliaia di indirizzi di persone politicamente  informate , migliaia delle  quali risiedono in Ohio.

La distribuzione da parte di Vox di scritti prodotti dai  media-terroristi è iniziata a metà del 2004 con attacchi contro la credibilità del  conduttore  del  notiziario  della sera della CBS, Dan Rather.  L'attacco via email interessò 12.000 cittadini politicamente attivi. Costoro hanno poi rimesso in circolazione il messaggio che raggiunse quasi un milione di americani.


I media-terroristi

Sono stati i  media-terroristi di Richardson che per la prima volta hanno richiesto le dimissioni di Rather, e che hanno messo in ridicolo il New York Times e il Washington Post per il loro sostegno dato agli interventi pesantemente di parte di Rather. Gli stessi  media-terroristi della Vox, successivamente,  hanno preso parte alla distruzione della credibilità del New York Times e del Washington Post e pure di alcuni giornalisti della Public Broadcasting (PBS), come Charlie Rose, Deborah Amos e Nina Totenberg. Un altro attacco contro la Publishers Weekly, il colosso dell’industria dei rotocalchi, ha messo in luce la pesante partigianeria sionista messa in opera nel recensire i libri di recente pubblicazione.

Nel 2005, dopo una serie di attacchi di rappresaglia contro Richardson al Columbus State  Community  College, dove lavorava  part time  come  assistente , i  media-terroristi   della Vox svelarono  i criteri razzisti di nomina fatti  dal governatore dell’Ohio, Robert Taft,  nelle università pubbliche dell’Ohio. Il tasso di approvazione di  Taft, già basso a causa della perdita di posti di lavoro e di scandali  sulla questione  morale, piombò al 13 %, il più basso mai raggiunto nelle storia dei sondaggi politici.

Richardson, danneggiato da violente ripercussioni sociali, invocò allora l’applicazione della Sezione 102 del Patriot Act da parte dei  senatori Voinovich e DeWine, che però non mossero un dito. La Sezione 102 dovrebbe fornire protezione ai cittadini americani di origine araba da vessazioni e molestie. Egli chiese anche asilo politico al senatore democratico Byrd del West Virginia. Byrd ha  demandato Richardson al governatore del West Virginia. 


Attaccare i media dominanti significa esporsi a rappresaglie

I terroristi dei media continuarono a prendersela  con i media dominanti, attaccando il collaboratore del New York Times Thomas Friedman e tutta una schiera di opinionisti  di agenzia per giornali  come il New York Times  e  il  Washington Post. Il loro ultimo attacco, nel marzo del 2006, ha messo in discussione la reputazione del Senatore Joseph Lieberman, ed è stato ritenuto un fattore importante nella sua sorprendente sconfitta alle primarie democratiche del Connecticut  nel  Maggio scorso.

A questo punto, Richardson, il sito della Vox Publishing, ed il gruppo dei  media-terroristi subirono un contrattacco in piena regola e, nel  Giugno 2006, la NNT/Verio, la ISP (internet service provider) che ospita il sito della Vox, ha cancellato il suo account, a causa di numerosi attacchi spam, lamentele e minacce. La presenza della Vox su internet è stata cancellata.

Le circostanze dell’arresto di Richardson appaiono politicamente  motivate. I  media-terroristi diretti da Abboud e i cui messaggi venivano trasmessi da Vox avevano minacciato di distruggere la credibilità di tre candidati repubblicani dell’Ohio: Ken Blackwell, in corsa per il posto di governatore, Mike DeWine, in corsa per un seggio al senato, e Deborah Pryce, aspirante a un seggio al parlamento dello stato. Le accuse che hanno portato all’arresto di Richardson hanno avuto origine nell’ufficio della Pryce. “Noi consideriamo questo attacco a Richardson come un tentativo deliberato del partito repubblicano dell’Ohio di eliminare i diritti garantiti dal primo emendamento della costituzione ad un editore americano allo scopo di influenzare illegalmente il risultato delle elezioni di  Novembre,” ha  detto Abboud.


Annullati i diritti garantiti dal primo emendamento

I cittadini americani di origine araba in tutto il paese stanno sperimentando sulla loro pelle attacchi paranoici e maniacali da parte dell’FBI ed altre agenzie governative, attacchi basati su  una logica  soggettiva [2] . Lo stato dell’Ohio conduce la classifica di tutti gli stati della nazione per il maggior numero di attacchi contro i cittadini americani di origine araba [3] . Attacchi contro Richardson e la Vox Publishing sono andati avanti, mai riportati dai media, per circa due anni [4] .

Richardson è rimasto in prigione per 49 giorni, dal 15  Agosto 2006, nella prigione della contea di Franklin, su cauzione di 100.000 $ fino all'udienza  del tribunale cittadino di Columbus. Attualmente è in libertà su una cauzione ridotta, a condizione di portare un braccialetto alla caviglia in modo che i suoi movimenti possano essere rintracciati, richiesto dal procuratore dello stato e approvato dal giudice repubblicano. Non è stata ancora fissata la data del dibattimento.



Recensione: Invisible Enemy: Israel, Politics, Media and American Culture
di Edward Abboud, Vox Publishing Co., UC-Reston, VA, 2001, pagine 284, prezzo 29.95 $.

Recensito da Andrew I. Killgore
http://www.wrmea.com/html/book_review.htm

L’energico nuovo libro di Edward Abboud, Il Nemico Invisibile, ci spiega come Israele, in un nuovo tipo di guerra, riesce ad estorcere da 5  a 12 miliardi di dollari l’anno agli Stati Uniti. I capitoli 2 e 3 su cospirazione e propaganda sono pieni di erudizione e teorici e costituiscono una lettura difficile per molte persone.

In seguito però Abboud, uno studioso delle tecniche pubblicitarie e di propaganda, va giù a ruota nei capitoli sui mass media, la televisione e il cinema, la società americana, il governo USA e le guerre di religione/ostilità sepolte.

La “vecchia” guerra di cui Abboud parla nel suo libro è la classica conquista di una nazione da parte di un’altra, per ottenere il controllo delle sue risorse. La nuova guerra israelo/sionista è una guerra di propaganda, condotta da una nazione straniera e dai suoi anche troppo volenterosi cospiratori che negli Stati Uniti operano con gli stessi obiettivi: cioè controllare, con una propaganda ampia e ben indirizzata,  miliardi di dollari dei contribuenti americani trasferiti annualmente in Israele.

In modo convincente Abboud traccia un ritratto di Israele come un nemico degli Stati Uniti cospiratore e invisibile. Si prendano per esempio i 60 o più comitati di azione pol