AUTORE: Gilad ATZMON جيلاد أتزمون گيلاد آتزمون
Tradotto da Manuela Vittorelli
È stata una decisione giusta assegnare a Obama il premio Nobel per la Pace? L'opinione pubblica è divisa. Anzi, praticamente tutti quelli che mi circondano sono indignati, “quale pace?” dicono, e l'Iraq, l'Afghanistan, Guantanamo Bay, la Palestina? Siamo stufi di promesse, insistono. Il Comitato per il premio Nobel ha “sottolineato gli sforzi di Obama nel rafforzare la diplomazia internazionale e la cooperazione tra i popoli, nel creare legami con il mondo musulmano, nell'agire in favore di un mondo senza armi nucleari e nella sfida ai cambiamenti climatici”. Chi resta scettico nei confronti di Obama sottolinea che si tratta solo di “vuota retorica”, di “aria fritta”. “Vogliamo vedere delle azioni, chiediamo fatti concreti”.
Ma “il Presidente Obama” è tutta un'altra storia: si muove a fatica, non risponde alle aspettative, non mantiene le promesse. Dice una cosa e fa il contrario. Il “Presidente Obama” è un politico, e i politici sono condizionatamente inaffidabili.
L'incapacità di Obama di fondere il “Marchio” e il “Presidente” in una realtà etica senza soluzione di continuità è di fatto una tragedia colossale. Ma non è solo la tragedia di Obama, è anche un disastro per noi. Mentre Obama™ riesce a diffondere rallegranti dichiarazioni umaniste e universali, il “Presidente” si trova attualmente intrappolato da alcuni dei più pericolosi guardiani del Sionismo. “Il Presidente Obama” deve ancora saldare il debito contratto con le persone che gli hanno messo in mano le chiavi della Casa Bianca. In altre parole deve tenere tranquilli molti sionisti e la banda di rabbiosi Sayanim* che è riuscita a invadere il suo ufficio. In una certa misura, l'incapacità di Obama di stabilire un'adeguata continuità tra il “Marchio” e il “Presidente” è legata all'impraticabilità di un continuum tra umanesimo e Sionismo.
Purtroppo nel pensiero progressista occidentale non esistono ovvi strumenti politici con cui far fronte alle lobby sioniste e ai loro infiltrati nelle amministrazioni americane e nelle democrazie occidentali. Catastroficamente, non ci sono i mezzi pratici o politici per impedire ai Wolfowitz di trascinarci in un'altra guerra illegale e genocida. Come negli Stati Uniti, neanche nella politica e nei media britannici esiste qualcuno che sia abbastanza coraggioso da soffermarsi sugli stretti legami tra il governo di Blair e i principali responsabili della raccolta di fondi per il suo partito all'epoca in cui la Gran Bretagna fu coinvolta in una guerra sionista illegale contro l'Iraq. L'Occidente in generale e l'Impero Anglofono in particolare hanno perso il loro istinto di sopravvivenza. Sarebbe corretto affermare che il pensiero progressista successivo alla seconda guerra mondiale è privo di un apparato politico che possa difenderci dall'infiltrazione degli interessi stranieri sionisti. Non facciamo tempo a convincerci che siamo riusciti a mettere a tacere un Wolfowitz che spuntano cinque Emanuel Rahm.
È proprio qui che entra in gioco il premio Nobel per la Pace. Invece di aspettare che Obama lanciasse un'altra guerra sionista, invece di lasciarlo bombardare l'Iran per rendere “più sicuro” Israele, il Comitato per il Nobel lo ha fiduciosamente tirato dentro: gli ha assegnato il riconoscimento maggiore proprio all'inizio del suo mandato presidenziale. Lo ha fondamentalmente legato al suo “Marchio” e a tutto ciò che porta con sé: speranza, umanesimo, armonia e riconciliazione. Gli ha detto, “senta, Signor Presidente, eccole il suo trofeo; se lo accetta potrà dover dire 'no' ai suoi sionisti, perché la gente premiata per la pace non può dichiarare guerre.” Per perseguire la pace Obama dovrà forse attuare strategie alternative a quella di uccidere musulmani. Il tempo ci dirà se la scommessa del Comitato per il Nobel sia giustificata. Nel frattempo dovremmo riconoscere che il comitato ha offerto a Obama un'occasione per riunire il “Marchio” e il “Presidente” in una dignitosa e coerente posizione etica. Speriamo che raccolga la sfida.
Per quanto concerne il Comitato per il Nobel, questa è probabilmente la cosa più intelligente che potesse fare. Avrebbe dovuto pensarci molto tempo fa. Invece di perdere tempo avrebbe dovuto premiare Blair e Bush proprio all'inizio dei loro mandati. Avrebbe salvato le vite di milioni di iracheni e di afghani. Avrebbe anche dovuto prendere in considerazione Shimon Peres già negli anni Cinquanta, impedendogli magari di costruire il reattore nucleare di Dimona per poi trasformarlo in un terminator sionista. Henry Kissinger? Stessa cosa, avrebbe dovuto premiarlo già in occasione del Brit Milà (la circoncisione) quando aveva appena otto anni. Milioni di persone, forse, ne avrebbero avuto salva la vita.
Il Nobel per la Pace dovrebbe essere usato come strumento preventivo. Invece di sprecarlo con noiosi umanisti e tediosi pacifisti che si limitano a rendere il mondo più bello, dovremmo impiegarlo meglio come misura preventiva. Negli affari mondiali costringerebbe a impegnarsi per la pace, sventando il rischio di altre guerre sioniste.
Se la mia valutazione è giusta, il premio Nobel per la pace serve ad aiutare Obama™ a resistere alle pressioni cui è sottoposto “Obama il Presidente”, intrappolato dalla sua cerchia neoconservatrice-sionista.
*Ebrei residenti all'estero che collaborano con il Mossad o servono interessi israeliani e sionisti.
Originale: l'autore - The Nobel Prize, the Brand and the President
Articolo originale pubblicato l'11/10/2009
L’autore
Manuela Vittorelli è membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questo articolo è liberamente riproducibile, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne autori, traduttori, revisori e la fonte.
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Dopo la strage di Conakry
Guinea - 2006, 2007, 2009: si succedono i massacri, continua l'impunità
AUTORE: Survie
Tradotto da Manuela Vittorelli
L'associazione Survie condanna con forza il massacro di lunedì 28 settembre a Conakry in Guinea e sostiene senza riserve i movimenti della società civile nella loro lotta per la democrazia e la giustizia. Survie denuncia l'indulgenza della diplomazia francese nei confronti delle atrocità commesse da molti decenni dai regimi guineani.
Iraq: la resistenza naqshband
AUTORE: Gilles MUNIER
Tradotto da Belgicus
A sentire il comando americano, l’Esercito degli uomini della Naqshbandiyya – Jaysh Rajal al-Tariqa al-Naqshbandiyya (JRTN) – è oggi l’organizzazione della resistenza irachena che più minaccia il regime di Bagdad. Resa ufficiale il 30 dicembre 2006, nella notte dell’esecuzione del presidente Saddam Hussein, esso fa parte del Comando supremo per lo Jihad e la Liberazione, il fronte diretto da Izzat Ibrahim al-Duri, capo del partito Baas clandestino, sulla cui testa pende una taglia di 10 milioni dollari, vivo o morto !
La Prima guerra mondiale delle parole
Morte al Nono Secolo! La teologia del progresso-Decostruzione del discorso di Netanyahu alle Nazioni Unite
AUTORE: Miguel MARTINEZ
Lo scorso 24 settembre, il primo ministro israeliano Benyamin Netanyahu ha tenuto un discorso alle Nazioni Unite. Un buon oratore cerca di manipolare i luoghi comuni profondi del suo pubblico e quindi un discorso, più è retorico, più ci dice sugli ascoltatori.
Lasciamo perdere i soliti elementi di hasbara adoperati da Netanyahu e che ormai tutti conosciamo a memoria, e passiamo alla maniera con cui Netanyahu tratta il tempo.
All'inizio del discorso, dichiara:
"Signor Presidente, Signore e Signori, circa 62 anni fa le Nazioni Unite riconobbero il diritto degli Ebrei – popolo antico di 3500 anni – ad un proprio stato nella patria dei propri antenati."
E' un'affermazione che fa acqua storica e archeologica da ogni parte, ma ribadisce il concetto fondante del nazionalismo ottocentesco: uno Stato - concetto esclusivamente moderno - appena assicuratosi un territorio, inventa le carceri, una lingua ufficiale e un Antico Passato che per motivi misteriosi dovrebbe legittimarne l'esistenza.
I Savoia hanno il diritto di occupare Napoli, perché Virgilio è esistito.

AUTORE: Mary RIZZO
Tradotto da Manuela Vittorelli
Ci sono parole che vengono usate come grilletti emotivi e paraocchi mentali. Servono a orientare la mente verso una direzione specifica nella quale le facoltà critiche sono momentaneamente congelate per far sì che la terminologia stessa rimanga vivida e ottenga una reazione emotiva da parte dell'ascoltatore, ma che le sue connotazioni vengano modificate in tutto o in parte da chiunque diffonda il messaggio. Esistono molti termini ed espressioni che fanno parte del nostro lessico e che sono stati utilizzati per influenzare le nostre opinioni e procurare il nostro sostegno “morale” a certi obiettivi politici o ideologici, con un chiaro intento: ottenere il nostro consenso implicitamente o esplicitamente, giacché i dettami della “democrazia” esigono il consenso.
Gli strumenti linguistici di persuasione vengono utilizzati soprattutto nei settori più sofisticati delle Psyops (operazioni psicologiche messe in atto dai governi, in particolare in tempo di guerra o di crisi), ma sono anche impiegati nella comunicazione giornalistica di base e divengono parte integrante del “discorso pubblico”. Dato che tutti noi usiamo il linguaggio, la sua codificazione è essenziale affinché non ci sia bisogno di definire tutti i termini, facilitando la comunicazione delle idee; ma c'è anche chi ha il compito di trasformare questi termini in armi e in strumenti funzionali di propaganda. L'esperienza ci dice che l'Hasbara israeliana (“Propaganda più”, per usare un termine coniato da un amico psicologo), è organizzata a molti livelli per creare un consenso che reitera un postulato specifico, definibile come “Israele über alles”, e ciò viene ottenuto con l'uso della retorica e del linguaggio...
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La Prima guerra mondiale delle parole è un'iniziativa di Palestine Think Tank e Tlaxcala.
Gli autori che desiderano parteciparvi possono inviare i loro contributi a contact@palestinethinktank.com e a tlaxcala@tlaxcala.es.

L'ultima arma segreta di Israele
di Ayman El Kayman
Tradotto da Manuela Vittorelli
Solo i poveri hanno le cose
di Santiago ALBA RICO
Tradotto da Massimo Marini

Il sito sionista Stop the ISM - messo in piedi da un certo Lee Kaplan - ne pubblica la foto con questa spiegazione:
"A picture of Ewa is below. If you know of her exact location, please email us at info@StoptheISM.com so we can target and take her out once and for all."In alternativa, sempre se volete farla uccidere, potete telefonare direttamente all'esercito israeliano:
Il sito presenta anche la foto del cittadino italiano, Vittorio Arrigoni."ALERT THE IDF MILITARY TO TARGET ISM
Number to call if you can pinpoint the locations of Hamas with their ISM members with them. From the US call 011-972-2-5839749. From other countries drop the 011.
Se vuoi uccidere un italiano telefona allo 00972-2-5839749
di Miguel Martinez
Abbiamo segnalato la richiesta da parte dell'organizzazione di un certo signor Lee Kaplan di dati utili per l'uccisione del cittadino italiano Vittorio Arrigoni, nonché di cittadini di vari altri paesi europei.
No dico, se lo avesse fatto un musulmano, sarebbe stata la notizia di apertura di tutti i telegiornali. Invece, possiamo essere certi che Lee Kaplan non avrà problemi nemmeno a venire in vacanza in Italia. Magari lo vedremo in televisione, intervistato come l'Esperto Americano di turno.
Continuando le ricerche sul commissionatore (si dice così?) di omicidi, vedo che il signor Lee Kaplan dirige un'associazione chiamata DAFKA che paga studenti a tempo pieno per "riprendere le nostre università con la verità" contrastando la "disinformazione antiamericana e antisraeliana".
Gaza, se manifesti ti espello
di Miguel Martinez
Per esercitare il diritto costituzionalmente garantito di protestare contro una strage, partecipando pacificamente a una manifestazione autorizzata, ecco cosa rischiano i meteci, i non cittadini che pure tengono in piedi questo paese.
Gaza, il coraggio di manifestare
di Miguel Martinez
Cinquant'anni fa, quando i lavoratori scendevano in piazza a manifestare, potevano trovarsi davanti dei celerini molto sbrigativi. Che a volte sparavano pure.
Ma i lavoratori migranti di oggi, in particolare quelli di origine islamica, vivono in una situazione molto più precaria.
Servono di meno, e il serbatoio di coloro che li potrebbero rimpiazzare è inesauribile.
Mentre i braccianti emiliani degli anni Cinquanta potevano contare su sindacati e deputati e potevano aprire ovunque sezioni di partito e case del popolo, ai lavoratori musulmani è vietata nei fatti ogni forma di organizzazione diversa dalla frequentazione di luoghi di preghiera - difficilissimi da aprire e sotto incessante sorveglianza, controllati con microspie e telecamere, dove ogni sussurro viene registrato, per identificare eventuali "sentimenti antioccidentali".
Che non si pagano solo con il licenziamento.
C'è l'espulsione. Che può significare pure morire nel deserto libico.
Adopt an Israeli!
di Miguel Martinez
Ogni tanto, qualcuno che si firma "un nazicomislamrevisionista" scrive tra i commenti:
"E poi cosa ci sarebbe di male a boicottare i negozi ebraici? Ottima idea, appoggio l'iniziativa!!!"Mi guardo bene dal cancellare i suoi commenti.