giovedì, 15 ottobre 2009, ore 13:25

D'ora in poi vi invitiamo a visitare il nostro nuovo blog a questo indirizzo: tlaxcalainitaliano.blogspot.com/ e a ritrovarci su Facebook [http://www.facebook.com/pages/Tlaxcala-in-italiano/177194337802]. Sia il blog che la nostra pagina su Facebook sono intesi come punti di incontro degli italiani ed italianofoni della rete Tlaxcala, una grande global family multilingue che si va allargando ogni giorno. I vostri contributi (sia traduzioni che articoli originali) saranno sempre benvenuti!
Vi proponiamo fra l'altro di partecipare con i vostri testi alla Prima guerra mondiale delle parole (
http://www.tlaxcala.es/pp.asp?reference=8940&lg=it), dedicata allo studio e alla demistificazione delle parole che ci circondano. Su questo argomento pensiamo che chi vive e cerca di resistere (malgrado tutto) nell'Italietta imberluscata abbia delle cose da dire al resto del mondo.
Potete scriverci a
italiano@tlaxcala.es
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lunedì, 12 ottobre 2009, ore 20:00

 

AUTORE:  Gilad ATZMON جيلاد أتزمون گيلاد آتزمون
 

Tradotto da  Manuela Vittorelli

 È stata una decisione giusta assegnare a Obama il premio Nobel per la Pace? L'opinione pubblica è divisa. Anzi, praticamente tutti quelli che mi circondano sono indignati, “quale pace?” dicono, e l'Iraq, l'Afghanistan, Guantanamo Bay, la Palestina? Siamo stufi di promesse, insistono. Il Comitato per il premio Nobel ha “sottolineato gli sforzi di Obama nel rafforzare la diplomazia internazionale e la cooperazione tra i popoli, nel creare legami con il mondo musulmano, nell'agire in favore di un mondo senza armi nucleari e nella sfida ai cambiamenti climatici”. Chi resta scettico nei confronti di Obama sottolinea che si tratta solo di “vuota retorica”, di “aria fritta”. “Vogliamo vedere delle azioni, chiediamo fatti concreti”.

Ma “il Presidente Obama” è tutta un'altra storia: si muove a fatica, non risponde alle aspettative, non mantiene le promesse. Dice una cosa e fa il contrario. Il “Presidente Obama” è un politico, e i politici sono condizionatamente inaffidabili.

L'incapacità di Obama di fondere il “Marchio” e il “Presidente” in una realtà etica senza soluzione di continuità è di fatto una tragedia colossale. Ma non è solo la tragedia di Obama, è anche un disastro per noi. Mentre Obama™ riesce a diffondere rallegranti dichiarazioni umaniste e universali, il “Presidente” si trova attualmente intrappolato da alcuni dei più pericolosi guardiani del Sionismo. “Il Presidente Obama” deve ancora saldare il debito contratto con le persone che gli hanno messo in mano le chiavi della Casa Bianca. In altre parole deve tenere tranquilli molti sionisti e la banda di rabbiosi Sayanim* che è riuscita a invadere il suo ufficio. In una certa misura, l'incapacità di Obama di stabilire un'adeguata continuità tra il “Marchio” e il “Presidente” è legata all'impraticabilità di un continuum tra umanesimo e Sionismo.
Purtroppo nel pensiero progressista occidentale non esistono ovvi strumenti politici con cui far fronte alle lobby sioniste e ai loro infiltrati nelle amministrazioni americane e nelle democrazie occidentali. Catastroficamente, non ci sono i mezzi pratici o politici per impedire ai Wolfowitz di trascinarci in un'altra guerra illegale e genocida. Come negli Stati Uniti, neanche nella politica e nei media britannici esiste qualcuno che sia abbastanza coraggioso da soffermarsi sugli stretti legami tra il governo di Blair e i principali responsabili della raccolta di fondi per il suo partito all'epoca in cui la Gran Bretagna fu coinvolta in una guerra sionista illegale contro l'Iraq. L'Occidente in generale e l'Impero Anglofono in particolare hanno perso il loro istinto di sopravvivenza. Sarebbe corretto affermare che il pensiero progressista successivo alla seconda guerra mondiale è privo di un apparato politico che possa difenderci dall'infiltrazione degli interessi stranieri sionisti. Non facciamo tempo a convincerci che siamo riusciti a mettere a tacere un Wolfowitz che spuntano cinque Emanuel Rahm.

È proprio qui che entra in gioco il premio Nobel per la Pace. Invece di aspettare che Obama lanciasse un'altra guerra sionista, invece di lasciarlo bombardare l'Iran per rendere “più sicuro” Israele, il Comitato per il Nobel lo ha fiduciosamente tirato dentro: gli ha assegnato il riconoscimento maggiore proprio all'inizio del suo mandato presidenziale. Lo ha fondamentalmente legato al suo “Marchio” e a tutto ciò che porta con sé: speranza, umanesimo, armonia e riconciliazione. Gli ha detto, “senta, Signor Presidente, eccole il suo trofeo; se lo accetta potrà dover dire 'no' ai suoi sionisti, perché la gente premiata per la pace non può dichiarare guerre.” Per perseguire la pace Obama dovrà forse attuare strategie alternative a quella di uccidere musulmani. Il tempo ci dirà se la scommessa del Comitato per il Nobel sia giustificata. Nel frattempo dovremmo riconoscere che il comitato ha offerto a Obama un'occasione per riunire il “Marchio” e il “Presidente” in una dignitosa e coerente posizione etica. Speriamo che raccolga la sfida.

Per quanto concerne il Comitato per il Nobel, questa è probabilmente la cosa più intelligente che potesse fare. Avrebbe dovuto pensarci molto tempo fa. Invece di perdere tempo avrebbe dovuto premiare Blair e Bush proprio all'inizio dei loro mandati. Avrebbe salvato le vite di milioni di iracheni e di afghani. Avrebbe anche dovuto prendere in considerazione Shimon Peres già negli anni Cinquanta, impedendogli magari di costruire il reattore nucleare di Dimona per poi trasformarlo in un terminator sionista. Henry Kissinger? Stessa cosa, avrebbe dovuto premiarlo già in occasione del Brit Milà (la circoncisione) quando aveva appena otto anni. Milioni di persone, forse, ne avrebbero avuto salva la vita.

Il Nobel per la Pace dovrebbe essere usato come strumento preventivo. Invece di sprecarlo con noiosi umanisti e tediosi pacifisti che si limitano a rendere il mondo più bello, dovremmo impiegarlo meglio come misura preventiva. Negli affari mondiali costringerebbe a impegnarsi per la pace, sventando il rischio di altre guerre sioniste.

Se la mia valutazione è giusta, il premio Nobel per la pace serve ad aiutare Obama™ a resistere alle pressioni cui è sottoposto “Obama il Presidente”, intrappolato dalla sua cerchia neoconservatrice-sionista.


*Ebrei residenti all'estero che collaborano con il Mossad o servono interessi israeliani e sionisti.


Originale: l'autore - The Nobel Prize, the Brand and the President 

Articolo originale pubblicato l'11/10/2009

L’autore

Manuela Vittorelli è membro di
Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questo articolo è liberamente riproducibile, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne autori, traduttori, revisori e la fonte.

URL di questo articolo su Tlaxcala:
http://www.tlaxcala.es/pp.asp?reference=8968&lg=it


 

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domenica, 11 ottobre 2009, ore 18:09

Dopo la strage di Conakry
Guinea - 2006, 2007, 2009: si succedono i massacri, continua l'impunità
AUTORE:   Survie
Tradotto da  Manuela Vittorelli
 
L'associazione Survie condanna con forza il massacro di lunedì 28 settembre a Conakry in Guinea e sostiene senza riserve i movimenti della società civile nella loro lotta per la democrazia e la giustizia. Survie denuncia l'indulgenza della diplomazia francese nei confronti delle atrocità commesse da molti decenni dai regimi guineani.

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Iraq: la resistenza naqshband
AUTORE:  Gilles MUNIER
Tradotto da  Belgicus

A sentire il comando americano, l’Esercito degli uomini della Naqshbandiyya – Jaysh Rajal al-Tariqa al-Naqshbandiyya (JRTN) – è oggi l’organizzazione della resistenza irachena che più minaccia il regime di Bagdad. Resa ufficiale il 30 dicembre 2006, nella notte dell’esecuzione del presidente Saddam Hussein, esso fa parte del Comando supremo per lo Jihad e la Liberazione, il fronte diretto da Izzat Ibrahim al-Duri, capo del partito Baas clandestino, sulla cui testa pende una taglia di 10 milioni dollari, vivo o morto !

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La Prima guerra mondiale delle parole 
Morte al Nono Secolo! La teologia del progresso-Decostruzione del discorso di Netanyahu alle Nazioni Unite

AUTORE:  Miguel MARTINEZ

Lo scorso 24 settembre, il primo ministro israeliano Benyamin Netanyahu ha tenuto un discorso alle Nazioni Unite. Un buon oratore cerca di manipolare i luoghi comuni profondi del suo pubblico e quindi un discorso, più è retorico, più ci dice sugli ascoltatori.
Lasciamo perdere i soliti elementi di hasbara adoperati da Netanyahu e che ormai tutti conosciamo a memoria, e passiamo alla maniera con cui Netanyahu tratta il tempo.
All'inizio del discorso, dichiara:
"Signor Presidente, Signore e Signori, circa 62 anni fa le Nazioni Unite riconobbero il diritto degli Ebrei – popolo antico di 3500 anni – ad un proprio stato nella patria dei propri antenati."
E' un'affermazione che fa acqua storica e archeologica da ogni parte, ma ribadisce il concetto fondante del nazionalismo ottocentesco: uno Stato - concetto esclusivamente moderno - appena assicuratosi un territorio, inventa le carceri, una lingua ufficiale e un Antico Passato che per motivi misteriosi dovrebbe legittimarne l'esistenza.
I Savoia hanno il diritto di occupare Napoli, perché Virgilio è esistito.

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sabato, 10 ottobre 2009, ore 21:28

 
Newspeak

La Prima guerra mondiale delle parole - Palestine Think Tank e Tlaxcala dichiarano guerra alla disinformazione


AUTORE:  Mary RIZZO

Tradotto da  Manuela Vittorelli

Ci sono parole che vengono usate come grilletti emotivi e paraocchi mentali. Servono a orientare la mente verso una direzione specifica nella quale le facoltà critiche sono momentaneamente congelate per far sì che la terminologia stessa rimanga vivida e ottenga una reazione emotiva da parte dell'ascoltatore, ma che le sue connotazioni vengano modificate in tutto o in parte da chiunque diffonda il messaggio. Esistono molti termini ed espressioni che fanno parte del nostro lessico e che sono stati utilizzati per influenzare le nostre opinioni e procurare il nostro sostegno “morale” a certi obiettivi politici o ideologici, con un chiaro intento: ottenere il nostro consenso implicitamente o esplicitamente, giacché i dettami della “democrazia” esigono il consenso.

Gli strumenti linguistici di persuasione vengono utilizzati soprattutto nei settori più sofisticati delle Psyops (operazioni psicologiche messe in atto dai governi, in particolare in tempo di guerra o di crisi), ma sono anche impiegati nella comunicazione giornalistica di base e divengono parte integrante del “discorso pubblico”. Dato che tutti noi usiamo il linguaggio, la sua codificazione è essenziale affinché non ci sia bisogno di definire tutti i termini, facilitando la comunicazione delle idee; ma c'è anche chi ha il compito di trasformare questi termini in armi e in strumenti funzionali di propaganda. L'esperienza ci dice che l'Hasbara israeliana (“Propaganda più”, per usare un termine coniato da un amico psicologo), è organizzata a molti livelli per creare un consenso che reitera un postulato specifico, definibile come “Israele über alles”, e ciò viene ottenuto con l'uso della retorica e del linguaggio...
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La Prima guerra mondiale delle parole è un'iniziativa di 
Palestine Think Tank e Tlaxcala.

Gli autori che desiderano parteciparvi possono inviare i loro contributi a
contact@palestinethinktank.com e a tlaxcala@tlaxcala.es.

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sabato, 10 ottobre 2009, ore 08:51

L'ultima arma segreta di Israele 
di Ayman El Kayman
Tradotto da Manuela Vittorelli

Solo i poveri hanno le cose
di Santiago ALBA RICO 
Tradotto da Massimo Marini
 

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martedì, 13 gennaio 2009, ore 18:11

Su Kelebek

Chiedono l'indirizzo di un cittadino italiano per ucciderlo

di Miguel Martinez
Ewa Jasiewicz
, giovane volontaria polacca dell'International Solidarity Movement (ISM), che ha avuto il coraggio di restare a Gaza per aiutare i feriti.

Il sito sionista Stop the ISM - messo in piedi da un certo Lee Kaplan - ne pubblica la foto con questa spiegazione:

"A picture of Ewa is below. If you know of her exact location, please email us at info@StoptheISM.com so we can target  and take her out once and for all."
In alternativa, sempre se volete farla uccidere, potete telefonare direttamente all'esercito israeliano:

"ALERT THE IDF MILITARY TO TARGET ISM
Number to call if you can pinpoint the locations of Hamas with their ISM members with them. From the US call  011-972-2-5839749. From other countries drop the 011.

Il sito presenta anche la foto del cittadino italiano, Vittorio Arrigoni.

Se vuoi uccidere un italiano telefona allo 00972-2-5839749
di Miguel Martinez
Abbiamo segnalato la richiesta da parte dell'organizzazione di un certo signor Lee Kaplan di dati utili per l'uccisione del cittadino italiano Vittorio Arrigoni, nonché di cittadini di vari altri paesi europei.

No dico, se lo avesse fatto un musulmano, sarebbe stata la notizia di apertura di tutti i telegiornali. Invece, possiamo essere certi che Lee Kaplan non avrà problemi nemmeno a venire in vacanza in Italia. Magari lo vedremo in televisione, intervistato come l'Esperto Americano di turno.

Continuando le ricerche sul commissionatore (si dice così?) di omicidi, vedo che il signor Lee Kaplan dirige  un'associazione chiamata DAFKA che paga studenti a tempo pieno per "riprendere le nostre università con la verità" contrastando la "disinformazione antiamericana e antisraeliana".

Gaza, se manifesti ti espello
di Miguel Martinez
Per esercitare il diritto costituzionalmente garantito di protestare contro una strage, partecipando pacificamente a una manifestazione autorizzata, ecco cosa rischiano i meteci, i non cittadini che pure tengono in piedi questo paese.

Si tratta solo di una proposta; però chi la fa non è lo scemo leghista di turno, ma un navigato politico democristiano, oggi sottosegretario alla presidenza del consiglio dei ministri.

Si tratta di Carlo Giovanardi, che in una lettera pubblica a Silvio Berlusconi scrive parole che forse tra un secolo - ci auguriamo - fanno l'effetto che ci fanno le invettive dei reazionari ottocenteschi contro i manovali in rivolta.

Gaza, il coraggio di manifestare
di Miguel Martinez
Cinquant'anni fa
, quando i lavoratori scendevano in piazza a manifestare, potevano trovarsi davanti dei celerini molto sbrigativi. Che a volte sparavano pure.
Ma i lavoratori migranti di oggi, in particolare quelli di origine islamica, vivono in una situazione molto più precaria.
Servono di meno, e il serbatoio di coloro che li potrebbero rimpiazzare è inesauribile.
Mentre i braccianti emiliani degli anni Cinquanta potevano contare su sindacati e deputati e potevano aprire ovunque sezioni di partito e case del popolo, ai lavoratori musulmani è vietata nei fatti ogni forma di organizzazione diversa dalla frequentazione di luoghi di preghiera - difficilissimi da aprire e sotto incessante sorveglianza, controllati con microspie e telecamere, dove ogni sussurro viene registrato, per identificare eventuali "sentimenti antioccidentali".
Che non si pagano solo con il licenziamento.
C'è l'espulsione. Che può significare pure morire nel deserto libico.

Su Achtung Banditen

Il falso dualismo Iran-mondo arabo
di Gianluca Bifolchi
Facciamo uno sforzo per liberarci dalla geopolitica istupidente degli zelatori dei diritti umani, dei pacifisti, dei dialogo-dipendenti, dei sinistri per Israele (più o meno confessi), dei "tengo famiglia", degli oltranzisti del "processo di pace", e di tutta la genia di commentatori professionali di fatti mediorientali che architettano le capziosità dietro cui si vorrebbe far scomparire la realtà di brutale oppressione del popolo palestinese alle mani d'Israele... e chiediamoci : cosa sarebbe oggi il Medio Oriente senza Hamas e senza Hetzbollah? E dunque: cosa sarebbe il Medio Oriente senza l'influenza dell'Iran (paese arcimediorientale; elemento ultralegittimo della sfera mediorientale), e del suo sostegno a realtà militanti sunnite e sciite del mondo arabo?
Ecco la mia risposta, e vi invito a darne una anche voi per confrontarle.

Attenti ai rigurgiti antisemiti
di Gianluca Bifolchi
Stiamo attenti in queste difficili ore a non dare la stura a rigurgiti antisemiti. Il vecchio pregiudizio antiebraico è duro a morire, e da un momento all'altro, per l'indignazione suscitata dalla condotta criminale dell'esercito israeliano, la bestia potrebbe risvegliarsi. A quel punto si comincerebbe a parlare degli ebrei come se fossero dei volgari e insignificanti scarafaggi palestinesi. Si potrebbero uccidere i loro bambini, come accade con i bambini di Gaza, senza che nessuno nel mondo muova un dito.
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lunedì, 12 gennaio 2009, ore 14:58

Su Tlaxcala

Di semine e raccolti
Discorso del Subcomandante Marcos su Gaza, al Festival Mondiale della Degna Rabbia, 4 gennaio 2009



Forse quello che dirò non è in tema con l'argomento di questo incontro, o forse sì.

Due giorni fa, proprio mentre parlavamo di violenza, l'ineffabile Condoleezza Rice, funzionaria del governo nordamericano, ha dichiarato che quello che stava accadendo a Gaza è colpa dei palestinesi e dovuto alla loro natura violenta.

I fiumi sotterranei che percorrono il mondo possono cambiare la loro geografia, ma intonano lo stesso canto.

E quello che ora ascoltiamo è un canto di guerra e di sofferenza.

Non molto lontano da qui, in un luogo chiamato Gaza, in Palestina, in Medio Oriente, proprio vicino a noi, l'esercito pesantemente armato e ben addestrato del governo di Israele continua la sua avanzata portando morte e distruzione.

I passi che ha intrapreso finora sono quelli di una classica guerra militare di conquista: prima un bombardamento intenso e massiccio per distruggere punti militari “nevralgici” (così dicono i manuali militari) e per “ammorbidire” le fortificazioni della resistenza; poi il ferreo controllo dell'informazione; tutto ciò che si vede e si sente “nel mondo esterno”, vale a dire esterno al teatro delle operazioni, deve essere selezionato in base a criteri militari; adesso il fuoco intenso dell'artiglieria sulla fanteria nemica per proteggere l'avanzata delle truppe verso nuove postazioni; in seguito l'accerchiamento e l'assedio per indebolire la guarnigione nemica; poi l'assalto che conquisterà la posizione annientando il nemico, infine la “pulizia” delle probabili “sacche di resistenza”.

Il manuale militare di guerra moderna, con alcune varianti e aggiunte, viene seguito passo dopo passo dalle forze militari dell'invasore.

Noi non ne sappiamo molto e di certo esistono esperti del cosiddetto “conflitto in Medio Oriente”, però da questo nostro angolo abbiamo qualcosa da dire.

Secondo le fotografie delle agenzie di informazione, i punti “nevralgici” distrutti dall'aviazione del governo di Israele sono case, baracche, edifici civili. Tra le macerie non abbiamo visto bunker, caserme, aeroporti militari o batterie di cannoni. Così noi, perdonate la nostra ignoranza, pensiamo o che l'artiglieria aerea abbia una cattiva mira o che a Gaza non esistano tali punti militari “nevralgici”.

Non abbiamo l'onore di conoscere la Palestina, ma supponiamo che in quelle case, baracche ed edifici abitasse della gente, uomini, donne, bambini e anziani, e non soldati.

E non abbiamo neanche visto fortificazioni della resistenza, solo macerie.

Abbiamo assistito, invece, i futili sforzi dell'assedio informativo e abbiamo visto diversi governi del mondo indecisi tra fare finta di nulla o plaudire all'invasione, e un'ONU ormai da tempo inutile emettere fiacchi comunicati stampa.

Ma aspettate. Ci è appena venuto in mente che forse per il governo di Israele quegli uomini, quelle donne, quei bambini e quegli anziani sono soldati nemici e, in quanto tali, le baracche, le case e gli edifici in cui vivono sono caserme che devono essere distrutte.

Dunque di sicuro il fuoco d'artiglieria che stamane colpisce Gaza serve a proteggere da questi uomini, donne, bambini e anziani l'avanzata della fanteria dell'esercito israeliano.

E la guarnigione nemica che si vuole indebolire con l'accerchiamento e l'assedio di Gaza non è altro che la popolazione civile che vi abita. E l'offensiva cercherà di annientare quella popolazione. E a ogni uomo, donna, bambino o anziano che riuscirà a sfuggire, nascondendosi, dall'assalto prevedibilmente sanguinoso, sarà in seguito data la “caccia” perché la pulizia sia completa e il comando militare dell'operazione possa riferire ai suoi superiori: “missione compiuta”.

Perdonate ancora la nostra ignoranza, forse quello che stiamo dicendo non c'entra. E invece di ripudiare e condannare il crimine in corso, da indigeni e guerrieri quali siamo, dovremmo discutere e prendere posizione sul “sionismo” o l'“antisemitismo” o se all'inizio di tutto ci siano state le bombe di Hamas.

Forse il nostro pensiero è molto semplice, e ci mancano le sfumature e le postille sempre necessarie all'analisi, però per noi zapatisti a Gaza c'è un esercito professionale che sta assassinando una popolazione indifesa.

Chi può restare zitto, in basso e a sinistra?

È utile dire qualcosa? Le nostre grida fermano le bombe? La nostra parola salva la vita di qualche bambino palestinese?

Noi pensiamo che sia utile, sì, che forse non fermeremo le bombe e che la nostra parola non si trasformerà in uno scudo blindato per impedire che quella pallottola da 5,56 o 9 mm con le lettere IMI, Industria Militare Israeliana, incise alla base della cartuccia, colpisca il petto di una bambina o di un bambino, ma forse la nostra parola riuscirà a unirsi ad altre parole nel Messico e nel mondo e magari dapprima diventerà un sussurro, poi si farà più forte e infine si trasformerà in un grido che si farà sentire fino a Gaza.

Non sappiamo voi, ma noi, uomini e donne zapatisti dell'EZLN, sappiamo quanto sia importante, in mezzo alla distruzione e alla morte, sentire delle parole di incoraggiamento.

Non so come spiegarlo, ma risulta che sì, forse le parole che vengono da lontano non riescono a fermare una bomba, ma è come se nell'oscura casa della morte si aprisse una crepa per lasciar filtrare un piccolo raggio di luce.

Per tutto il resto, accadrà quello che accadrà. Il governo di Israele dichiarerà che è stato inferto un duro colpo al terrorismo, nasconderà alla sua popolazione le proporzioni del massacro, i grandi produttori di armi avranno ottenuto un sostegno economico per affrontare la crisi e l'“opinione pubblica mondiale”, questa entità malleabile e sempre a modo, distoglierà lo sguardo.

Ma non è tutto. Accadrà anche che il popolo palestinese resisterà, sopravviverà e continuerà a lottare, e a conservare la simpatia dal basso per la sua causa.

E forse sopravviveranno anche un bambino e una bambina di Gaza. Forse cresceranno e con loro il coraggio, l'indignazione, la rabbia. Forse diventeranno soldati o miliziani di uno dei gruppi che lottano in Palestina. Forse si troveranno a combattere contro Israele. Forse lo faranno sparando con un fucile. Forse immolandosi con una cintura di dinamite legata attorno alla vita.

E allora, dall'alto, scriveranno della natura violenta dei palestinesi e faranno dichiarazioni condannando questa violenza e si tornerà a discutere di sionismo o antisemitismo.

E nessuno domanderà chi è stato a seminare ciò che viene raccolto.

Per gli uomini, le donne, i bambini e gli anziani dell'Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale,

Subcomandante Insurgente Marcos
Messico, 4 gennaio 2009.
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domenica, 11 gennaio 2009, ore 14:21

Su Kelebek

Gaza, chi ha violato la tregua?

di Miguel Martinez
La tesi ufficiale israeliana, secondo cui Israele si sarebbe dovuto difendere da un lancio continuo di razzi palestinesi, è passata pienamente nei media, dove la discussione è solo, se la giusta e legittima reazione israeliana sia stata però sproporzionata.

Questa discussione fa sembrare che ci sia un "dibattito", con la prevedibile divisione tra destra ("puniteli fino in fondo!") e sinistra ("ma no, sono cattivi anche perché hanno sofferto, ci vuole più pietà").

Invece è la tesi stessa a essere falsa, e lo dimostra una fonte davvero insospettabile.

Adopt an Israeli!
di Miguel Martinez
Ogni tanto, qualcuno che si firma "un nazicomislamrevisionista" scrive tra i commenti:

"E poi cosa ci sarebbe di male a boicottare i negozi ebraici? Ottima idea, appoggio l'iniziativa!!!"
Mi guardo bene dal cancellare i suoi commenti.

Calcolate che io faccio la noiosa vita di un traduttore di manuali tecnici. E quindi sarebbe divertente se da queste parti passasse un giornalista e leggesse il commento, per poi certificare questo come il Blog più Pericoloso del Pianeta, almeno il tempo sufficiente perché una decina di ministri e deputati si sdegnino, facciano interpellanze e tutte le altre cose buffe per cui li paghiamo.

Però seriamente, l'unica proposta sensata sarebbe quella esattamente contraria.

I sionisti vogliono che gli ebrei se ne vadano da qui a lì.

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Must video

di Gianluca Bifolchi
Amy Goodman e Norman Finkelstein fanno a pezzettini Martin Indyk, ex ambasciatore USA in Israele, in questa intervista tv sulla crisi di Gaza andata in onda su Democracy Now!. Tra parentesi, con tutto il male che si può dire dei media statunitensi, nei media italiani non vedrete mai una cosa del genere. Per lo meno negli USA sono riusciti a crearsi dei solidi media alternativi.


Su Mirumir 2.0

ricevo via e-mail da Paolo Barnard:
Il tradimento degli intellettuali
di Paolo Barnard
Marco Travaglio ha appena scritto un commento su Gaza, diramato dalla sua casa editrice Chiarelettere, che inizia così: “Israele non sta attaccando i civili palestinesi. Israele sta combattendo un’organizzazione terroristica come Hamas che, essa sì, attacca civili israeliani”.
Bene.
Il compianto Edward Said, palestinese e docente di Inglese e di Letteratura Comparata alla Columbia University di New York, scrisse anni fa un saggio intitolato “The Treason of the Intellectuals” (il tradimento degli intellettuali). Si riferiva alla vergognosa ritirata delle migliori menti progressiste d’America di fronte al tabù Israele. Ovvero come costoro si tramutassero nelle proverbiali tre scimmiette - che non vedono, non sentono, non parlano - al cospetto dei crimini contro l’umanità e dei crimini di guerra che il Sionismo e Israele Stato avevano commesso e ancora commettono in Palestina, contro un popolo fra i più straziati dell’era contemporanea.
Tlaxcala
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mercoledì, 07 gennaio 2009, ore 16:40

Su Kelebek

Gaza, carne umana e gilet polari
di Miguel Martinez
Da carnivoro, la dissonanza cognitiva la vivo tutta. Riesco a preoccuparmi per un amico che ha un problema in famiglia, molto di più di quanto mi preoccupi degli esseri viventi cresciuti in stalle soffocanti e poi macellati perché io li mangi mentre chiacchiero di altro. Se mi chiedete davvero cosa ne penso, mi trovo in imbarazzo; ma nei fatti, agisco sempre come se il dolore di un'amica che ha litigato con il moroso sia più intenso di quello di tutti gli animali massacrati dietro mia commissione. Questa distinzione profonda tra umano e non umano, se estesa alla sfera dei bipedi, costituisce l'essenza del razzismo.

Su Achtung Banditen

Orgoglio bolivariano

di Gianluca Bifolchi
[Caracas è anche impegnata alla realizzazione di un ponte aereo con Gaza. Traduco dallo spagnolo questo testo con la sensazione di lavorare a un documento che appartiene già alla storia dei popoli -- Gianluca Bifolchi]:
Chávez caccia l'ambasciatore israeliano
Il Governo della Repubblica Bolivariana di Venezuela assiste una volta ancora, insieme ai Popoli del mondo, all'orrore della morte di bambini e donne innocenti, prodotto dall'invasione della Striscia di Gaza da parte di truppe israeliane, e dal bombardamente inclemente che, da cielo e da terra, lo Stato d'Israele scarica sul territorio palestinese.

Su Mirumir 2.0

5 gennaio, turno di notte
[Dal blog di un medico volontario a Gaza]
20.00: Devo essere all'ospedale Al Quds per il turno di notte alla Mezzaluna Rossa alle 8 di sera, ma mentre sto finendo di scrivere con l'elettricità del generatore arriva uno stranissimo rumore dal mare. È un sibilo come di un razzo molto vicino; V e io ci guardiano, guardiamo la finestra sul mare. Lui si calca il berretto sulla testa e piegandosi si allontana dalla finestra, io mi copro la testa con la giacca così da non poter vedere quello che succede. Ma invece di finire in un'esplosione il suono si smorza e si allontana.
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